Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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La comunicazione delle scienze
di Gualtiero Pisent, 10/03/2008

L'ambizione di chi si occupa di comunicazione della scienza è quella di decrittare la scienza a livello di conoscenza o, detto in altro modo, di nobilitare la conoscenza fino a lambire l'empireo della scienza. Fondare cioè qualcosa di nuovo, cui potremmo dare la definizione semiseria di cono-scienza.

Sullo Zingarelli, alla voce conoscenza si legge: “rapporto tra soggetto e oggetto, tra pensiero ed essere". Sullo stesso vocabolario, una delle definizioni di scienza è la seguente: “complesso dei risultati dell'attività speculativa umana volta alla conoscenza di cause, leggi, effetti, e intorno a un determinato ordine di fenomeni, e basato sul metodo, lo studio e l'esperienza".

Si noti che la definizione di scienza contiene la parola conoscenza, mentre non accade il viceversa: questo comporta il riconoscimento di una gerarchia. L'ambizione di chi si occupa di comunicazione della scienza è quella di decrittare la scienza a livello di conoscenza o, detto in altro modo, di nobilitare la conoscenza fino a lambire l'empireo della scienza. Fondare cioè qualcosa di nuovo, cui potremmo dare la definizione semiseria di cono-scienza.

C’è poi una seconda definizione, più specifica di scienza, come “insieme delle discipline fondate essenzialmente sul calcolo e l'osservazione, come matematica, fisica, chimica, astronomia, eccetera". Queste scienze vengono dette talvolta scienze dure, per distinguerle da quelle della prima definizione, che comprendono per esempio anche le scienze sociali. Molti dei pensieri ed esemplificazioni che seguono, faranno riferimento alle scienze dure, tenendo sempre in mente però la prima definizione data di scienza, che é quella più generale.

Tanto per cominciare il discorso dal livello più scettico che la filosofia ci insegna, non é banale affermare che il mondo esista. O, ammesso che esista, che abbia qualcosa a che fare con ciò che a noi pare che il mondo sia. O dire infine che, ammesso che il mondo esista e che abbia abbastanza a che fare con ciò che a noi pare, sia poi veramente possibile rendere qualcun altro partecipe di questi nostri pensieri.

Però è incontrovertibile che esiste l'Università. O comunque esistono istituzioni (per esempio le Accademie) volte alla classificazione, conservazione, rielaborazione critica e trasmissione dei contenuti culturali che costituiscono il nocciolo dei nostri pensieri sul mondo. Ebbene, l'analisi della strutturazione di una grande Università in Facoltà, Dipartimenti e Corsi di Studio, descrive bene i risultati e le ambiguità, i successi e le insufficienze del lavoro fatto per dare un contenuto razionale e socialmente fruibile alla rappresentazione del mondo che la nostra cultura ha elaborato. Balzano subito agli occhi le basi volgarmente pragmatiche del prodotto ottenuto. Di fronte alla millantata bandiera dell'universalità e quindi unità del sapere (che è sempre una meta ideale nel cuore di chiunque faccia cultura), il panorama è frastagliato in settori che parlano lingue diverse e sono scarsamente comunicanti fra loro.

Va detto subito che la diversificazione dei linguaggi quando si debbano affrontare discorsi molto approfonditi sul mondo, è uno strumento utile di analisi che serve a superare i vincoli severi che ci sono imposti dalla finitezza dello spazio-tempo. É però contestualmente, per universale principio di ambivalenza, una possibile fonte di confusione e incomunicabilità. Quando una parola ha dietro di sè non un significato semplice che rimanda ad un oggetto o a un sentimento, ma un blocco complesso di concetti che rimanda a un intero settore culturale, il suo uso comporta sì risparmio di tempo e spazio per chi scrive, ma allo stesso tempo seleziona i potenziali lettori e aumenta i pericoli di ambiguità nella comunicazione. Per esempio la parola quanto (sostantivo) significa “quantità"; ma il secondo significato (ormai entrato anche nel vocabolario generalista) è “quantità estremamente piccola, non ulteriormente divisibile di grandezze fisiche, per esempio quanto d'energia, quanto d'azione, quanto acustico (fonone)". Il primo significato è accessibile a tutti; il secondo è pienamente accessibile solo a chi abbia seguito con profitto un corso universitario abbastanza specializzato.

In definitiva le diversificazioni all'interno di questa torre di Babele sono nate non per maledizione divina, ma per naturali processi evolutivi che hanno disegnato i modi del progresso nelle forme più convenienti, ma non certo perfette. Quindi il compito di trovare gli strumenti comunicativi atti a superare le barriere e recuperare a posteriori una qualche forma di unità del sapere è un compito arduo ma possibile, che va affrontato con gli stessi strumenti razionali che hanno contribuito alla costruzione dell'edificio e alla sua stabilizzazione storica.

Ovviamente il problema non si può ridurre a un gioco di traduzioni. Se è vero come è vero che ogni linguaggio ha dietro di sé un lungo processo di costruzione graduale di una logica interpretativa del mondo (o almeno di una sua parte), il problema della comunicazione non può essere ridotto a un mero problema di rapporti fra linguaggi, ma deve entrare in qualche modo nei contenuti. Ma se si prende alla lettera questa proposizione, si arriva all'amara conclusione che il corso interdisciplinare sulla comunicazione della scienza, dovrebbe essere la somma dei corsi disciplinari di scienza. Per fortuna non è così: la scienza nel suo complesso, e ciascuna particolare disciplina nel suo ambito, portano una descrizione e interpretazione del mondo così forte, da trascinarsi dietro fatalmente pezzi di filosofia, di weltanschaung e addirittura di qualcosa che se non è un'etica, ha però certamente a che fare con le cose di cui l'etica si occupa.

Queste considerazioni aprono una qualche speranza al comunicatore di scienza, di essere di fronte a un compito difficile ma originale e possibile, di costruzione di processi didattici nuovi e non di mera iterazione, magari accelerata, di insegnamenti già sperimentati nelle singole discipline, che sarebbe impresa noiosa e forse irragionevole. Il nuovo cimento, che speriamo possibile ma che sappiamo difficile, è comunque necessario, perché il problema di una corretta diffusione del messaggio scientifico, è uno dei problemi cruciali del nostro tempo. Le motivazioni sono diverse, e l'esaminarle può servire a costruire un manifesto programmatico per il lavoro da fare.

Primo: la vita di tutti è dominata da contatti continui con i prodotti della scienza--tecnologia. Questi contatti sono inevitabili e non sono soddisfacenti perché la cultura scientifica standard è inadeguata. La società nel suo assieme vede la scienza quasi esclusivamente attraverso i suoi risultati, e questo comporta un problema di ecologia intellettuale: trasmettere i risultati senza trasmettere i fondamenti concettuali della cultura che li ha prodotti può essere fonte di schizofrenia. La gente coglie l'importanza degli eventi scientifici, ma non ne vede la sorgente, e quindi oscilla fra speranze miracolistiche e paure di mali oscuri.

Secondo: sempre più frequentemente sono socialmente rilevanti decisioni con forte contenuto scientifico (energia nucleare ed armi nucleari, bioetica, inquinamento, etc). Se la cultura scientifica media è di basso livello non ci può essere un serio controllo democratico che entri nel merito dei problemi; o peggio il consenso può essere impunemente manipolato da chi ha forti interessi particolari, e spesso anche lui poca cultura scientifica.

Terzo: una seria cultura scientifica sottende come si è detto, una forte valenza etica. Nei rapporti intersoggettivi e fra soggetto e mondo, dominano i modelli rappresentativi, e poco spazio è lasciato a forme di, sia pur moderato, realismo. La funzione delle scienze naturali è proprio quella di scavare questo fondo di oggettività che c'è nel mondo, e dargli il massimo risalto. Quest'abito culturale consente una posizione psicologicamente stabile fra l'angoscia del “non so nulla" e i pericoli di deriva fondamentalista di posizioni di tipo “so qualcosa con fede incrollabile" (tralascio la posizione del “so tutto", la cui insensatezza è del tutto ovvia). Da questo tipo di training l'operatore scientifico acquisisce una particolare sensibilità etica nei confronti del mondo e della sua descrizione, e quindi anche dei rapporti con il prossimo che è parte del mondo.

Chi proviene da questo tipo di educazione, da un lato non sarà intollerante e dall'altro non sarà manipolabile da quanti millantano di aver trovato la verità per vie traverse e misteriose. Ci sono in definitiva chiari sintomi di una diffusa sensibilità collettiva per questi problemi: la propagazione del messaggio scientifico è importante, e bisogna darsi da fare per migliorare lo stato dell'arte. C'è in particolare una convergenza di interessi da parte della società nel suo insieme (che trarrebbe vantaggio da una più corretta e approfondita informazione scientifica) e della comunità degli addetti ai lavori (che non può più permettersi il lusso di chiudersi nella torre d'avorio). Da questa confluenza nascono forme di didattica nuove, quali i Master che si occupano di comunicazione delle scienze.


Gualtiero Pisent
dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è docente del Master in comunicazione delle scienze.





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