Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Metafore e comunicazione scientifica
di Alessandro Pascolini, 07/05/2008

Metafore e catacresi, che tanta parte hanno nella comunicazione artistica, svolgono un ruolo importante anche nella scienza, sia quali strumenti per superare le carenze linguistiche nella fase della scoperta, sia per la susseguente comunicazione e divulgazione.

La metafora.

La metafora [è] il più ingegnoso e acuto, il più pellegrino e mirabile, il più gioviale e giovevole, il più facondo e fecondo parto dell’umano intelletto. Ingegnosissimo veramente, però che,se l’ingegno consiste ... nel ligare insieme le remote e separate nozioni degli propositi obietti, questo appunto è l’ufficio della metafora, e di non alcun’altra figura: perciò che, traendo la mente, non men che la parola, da un genere all’altro, esprime un concetto per mezzo di un altro molto diverso, trovando in cose dissimiglianti la simiglianza.... Né men giovevole a' dicitori che dilettevole agli uditori è la metafora, sì, perch’ella spesse fiate, providamente sovviene alla mendicità della lingua e, ove manchi il vocabulo proprio, supplisce necessariamente il translato. ... Un obietto rettamente illuminato dall’altro ti vibra come un lampo nell’intelletto, e la novità cagiona maraviglia, la qual è una riflessione attenta che t’imprime nella mente il concetto: onde tu sperimenti che le parole metaforiche più altamente scolpite ti rimangono nella memoria.20

L’entusiasmo del letterato secentista torinese Emanuele Tesauro, ancorché roboante, non è ingiustificato: in tutte le letterature mondiali, dall’Iliade e da I Ching in poi, le metafore costituiscono uno strumento essenziale della poesia e della comunicazione artistica, con esempi altisssimi, per citare due opere fra di loro lontanissime, nella Commedia di Dante e nelle Note del guanciale di Sei Shonagon.17

In alcuni casi la metafora viene addirittura considerata come una condizione poetica indispensabile, come nell’Edda e nella poesia classica indiana.10 Nell’Edda Prosastica del poeta islandese Snorri Sturluson la narrazione procede per continue metafore - le kenningar - fissate dalla divinità e dettate a Hlerdal dal dio Bragi, esperto nell'eloquenza e nella metrica.18

Anche il linguaggio comune è permeato di continue metafore che ne formano un nucleo essenziale, tanto che gran parte dei vocaboli hanno anche un senso figurato (anche questo “figurato" è una metafora!), spesso di uso tanto comune che non ne viene più colta l’origine metaforica. D'altra parte, come osserva Platone nel Fedro, parlare secondo immagini è impresa umana e più breve.

La capacità di generare metafore e di esprimersi per immagini è chiaramente una caratteristica specifica dell’uomo fra tutti gli esseri viventi e richiede una significativa potenza di pensiero, tanto che Richard Dawkins avanza l’ipotesi che proprio tale capacità abbia costituito la spinta evoluzionista per l’intelligenza e lo sviluppo del cervello umano.6 La metafora si esprime nel linguaggio ma non si riduce ad un fenomeno intra-linguistico: già Aristotele aveva osservato, nel terzo libro della Retorica, che la metafora sorge dall’intuizione di un’analogia fra cose dissimili, e pertanto si fonda sulle cose e non sul linguaggio. Metafore pertanto possono superare barriere linguistiche e riproporsi con la stessa carica comunicativa in culture differenti ed inoltre esprimersi nelle arti figurative e nella comunicazione iconografica. Tutti questi aspetti sono importanti per capire il loro ruolo nella scienza e nella comunicazione scientifica.

Metafore e scienza.

A prima vista il rapporto può sembrare una contraddizione di termini: l’opinione corrente, rafforzata anche da una tradizione filosofica millenaria, differenzia scienza e letteratura proprio nel ruolo che nei due contesti gioca il linguaggio: mentre la letteratura è inviluppata negli aspetti linguistici in modo inestricabile, per la scienza il linguaggio sarebbe solo un veicolo trasparente per trasmettere le sue scoperte che “riflettono la natura". Pertanto la scienza mantiene sempre uno stretto controllo sul linguaggio, distinguendo in modo chiaro le parole dalle cose, il senso letterale e quello metaforico, mentre invece è il linguaggio a controllare altri modi di pensare.

Il linguaggio scientifico è sempre stato una fonte per la satira, da Swift 19 a Quino 9 e Watterson 24. Gulliver così descrive gli scienziati dell’isola di Laputa:

Le loro idee si aggirano sempre fra linee e figure. Volendo lodare, per esempio, la bellezza d’una donna, o di qualunque altro vivente, essi la descrivono con rombi, circoli, parallelogrammi, ellissi, ed altri termini tolti in prestito dalla geometria, o con vocaboli dell’arte musicale, dei quali faccio grazia al lettore. Osservai dalla cucina del Re ogni specie di strumenti matematici e musicali: essi servono di modelli per tagliare in determinate figure la carne che s’imbandisce alla tavola di Sua Maestà.

Negli ultimi tempi si sta invece scoprendo che gli aspetti metaforici e non esplicitabili del linguaggio sono essenziali per comprendere la dinamica dei cambiamenti concettuali nella scienza e della disseminazione del significato delle sue acquisizioni. È diventato sempre più evidente con l’evoluzione della scienza nel nostro secolo, che i princìpi della scienza non sono astrazioni dalla realtà immediata, ma un sistema di simboli generato dall’immaginazione creativa dello scienziato e mediato da linguaggi ricchi di connotazioni metaforiche.

Non vi è alcun processo di astrazione che faccia passare dalla nostra esperienza sui corpi in movimento alle leggi del moto di Newton o alle equazioni del moto in un campo gravitazionale secondo la teoria generale della relatività. Mentre le nostre esperienze sul movimento possono venir descritte con un linguaggio comune, i princìpi generali contengono nella loro formulazione termini simbolici come ”evento", “spazio curvo quadridimensionale" o “coordinate relative ad un sistema inerziale", che non appartengono al linguaggio comune usato nella descrizione dell’esperienza quotidiana. Ancor più lontani, i princìpi della teoria quantistica contengono parole, quali “probabilità di transizione di un sistema" o “funzione d’onda di un certo campo materiale", che non si trovano nel nostro linguaggio comune. Dai princìpi generali noi possiamo dedurre, mediante lunghe catene matematiche, proposizioni che descrivano direttamente fatti osservabili e che possano venir formulate nel linguaggio comune, ma tali catene diventano sempre più lunghe col progredire della scienza, con passaggi di crescente difficoltà, e spesso le catene non posseggono un termine ben preciso.

È così sempre esistita l’aspirazione di connettere i princìpi con il linguaggio per mezzo di tramiti più brevi e diretti, eliminando la mediazione metaforica e ripristinando la situazione in cui i princìpi generali stessi siano in accordo con il senso comune. Questa esigenza è stata particolarmente forte all’inizio della rivoluzione scientifica, quando era necessario distinguere in modo netto la scienza dalla magia, per la quale le parole equivalgono alle cose che descrivono, per cui manipolando le parole si può agire sulle cose stesse. 13

Per Bacone, Hobbes e Locke le metafore introducevano nella scienza dei significati non-letterali e quindi inappropriati, col rischio di inquinare i significati precisi e stabili che la scienza deve scoprire al là dei termini che usa, e pertanto dovevano venir evitate. Per un certo periodo si è sperato di trovare una scorciatoia che superasse il problema dei limiti e delle mediazioni linguistiche e che quindi rendesse automaticamente evidenti i significati ed i contenuti dei concetti scientifici. L’idea che esistano simboli, diversi da quelli alfabetici, in grado di esprimere direttamente cose, concetti o nozioni senza l’intermediario delle parole, trovò in Francesco Bacone una precisa formulazione in "De augmentis":

è da qualche tempo cosa nota che in Cina e nelle regioni dell’Estremo Oriente sono oggi in uso dei caratteri reali, non nominali, che esprimono cioè non lettere e parole, ma cose e nozioni. In tal modo genti di diversissime lingue, che consentono su questo tipo di caratteri, comunicano fra loro per iscritto ... Le notae rerum, che significano le cose senza l’opera e l’intermediario delle parole, sono di due tipi: l’uno fondato sull’analogia, l’altro sulla convenzione. Del primo tipo sono igeroglifici e i gesti, del secondo tipo i caratteri reali dei quali abbiamo parlato.... I gesti sono una sorta di geroglifici passeggeri perché come le parole volano e gli scritti restano, così i geroglifici dipinti restano e quelli espressi mediante i gesti svaniscono. Occorre che geroglifici e gesti abbiano una qualche somiglianza con la cosa significata; sono una specie di emblemi ... Invece i caratteri reali non hanno nulla di emblematico e sono del tutto non sensibili, come le lettere del alfabeto. 1

John Wilkins, George Dalgarno e Francis Lolowick, seguendo la via indicata da Bacone, cercarono nell'Inghilterra del '600 di costruire una lingua “naturale" di simboli, nella quale ogni termine fosse una definizione e contenesse la natura della cosa. Nella lingua artificiale, fra i segni e le cose esiste una relazione univoca ed ogni segno corrisponde a una cosa o nozione. Nella lingua perfetta o universale l’impositio nominum coincide con la definizione. Quest’ultima consiste nell’esatta collocazione di ogni singolo oggetto o di ogni singola nozione in quell’ordine universale che è rispecchiato dall’universal philosophy. Mediante questa collocazione è possibile individuare, con la massima precisione, le relazioni tra la cosa significata e le altre appartenenti alla stessa classe o specie; si possono determinare i rapporti intercorrenti fra la cosa stessa e i generi nei quali essa è contenuta come elemento.15

Il lavoro fatto fu enorme, ma ovviamente non portò alla lingua universale desiderata, richiedendo preliminarmente l’enumerazione completa e ordinata, la classificazione metodica e rigorosa, di tutte quelle cose e quelle nozioni alle quali si vuole che, nella lingua, corrisponda un segno, ossia tutto ciò che esiste nell’universo: Swift non mancherà di inserire queste ricerche fra i folli progetti dell’Accademia di Lagado, satira della Royal Society. Il lavoro non rimase tuttavia senza frutto alcuno: significativa fu la discussione e l’individuazione di metodi per classificazioni razionali in zoologia, botanica e nelle scienze naturali.

Un nuovo tentativo di liberazione dai vincoli linguistici fu tentato dagli empiriocriticisti e ripreso nella fisica operazionale di Bridgman, che mirava ad una costruzione della fisica completamente basata sull’osservazione e su concetti definibili puramente mediante procedure empiriche: tali progetti sono falliti ed ora i filosofi della scienza accettano come dato di fatto la necessità di referenti teorici non rimandabili all’osservazione per costruire anche le più semplici teorie fisiche e prendono atto del ruolo importante delle metafore nell’evoluzione delle discipline scientifiche. D’altra parte non possiamo dimenticare che il nostro bagaglio di metafore ed altri strumenti dell’immaginario determina in larga misura cosa possiamo pensare in ogni campo, e che l’immaginazione umana, inclusa l’immaginazione creativa nella scienza, può funzionare solo evocando impressioni sensoriali potenziali o fantastiche.

È normale per gli scienziati costruire immagini visuali del particolare fenomeno su cui stanno lavorando come se questo esistesse veramente su una scala accessibile alle impressioni sensoriali, anche quando - ed è sempre più frequente nelle scienze mature - la struttura interna di tali sistemi è in principio inaccessibile alla percezione diretta. Einstein sviluppò una teoria di livelli o stratificazioni del sistema scientifico, in cui le discontinuità fra gli strati possono venire superate mediante una qualche sorta di processo creativo a tentoni, spesso risolto facendo ricorso a metafore. Nella ricerca di unità logica, lo scienziato teorico è portato progressivamente da un primo livello ad uno strato successivo e via via a livelli sempre più alti, ciascuno caratterizzato da una maggiore parsimonia di concetti e relazioni, in particolare di concetti direttamente connessi con l’esperienza. Come dice Richard Boyd,

l'uso della metafora è uno dei molti mezzi disponibili alla comunità scientifica per assolvere il compito dell’accomodamento del linguaggio alla struttura causale del mondo. Con questa espressione intendo il compito di introdurre una terminologia nuova e di modificare l’uso della terminologia esistente così che diventino disponibili categorie linguistiche che descrivano i caratteri del mondo che sono significanti a livello causale ed esplicativo. In parole povere, questo compito consiste nell’accomodare il nostro linguaggio in modo che le nostre categorie linguistiche “taglino il mondo in corrispondenza delle sue articolazioni". 4

Mentre le metafore poetiche proiettano il “noto" verso “l’ignoto", quelle scientifiche si sforzano di riportare l’"ignoto" al “noto": davanti a un oggetto o a un fenomeno ancora largamente sconosciuto, ne tentano la spiegazione ricorrendo all’analogia con un oggetto o con un fenomeno conosciuto. Spesso le espressioni metaforiche costituiscono per qualche tempo una parte insostituibile del meccanismo linguistico di una teoria scientifica e gli scienziati devono ricorrere per esprimere tesi teoriche a metafore che diventano così in qualche modo costitutive delle teorie stesse e per le quali non si conosce alcuna parafrasi letterale adeguata. Tali metafore diventano indispensabili perché forniscono un modo per introdurre una terminologia per aspetti del mondo la cui esistenza sembra probabile ma delle cui proprietà fondamentali molte rimangono ancora da scoprire. Le metafore costitutive di teorie rappresentano pertanto una strategia per l’accomodamento del linguaggio a caratteri naturali non ancora del tutto scoperti.

Certe metafore si stabilizzano: non rimangono proprietà del loro inventore e non si possono sostituire con costrutti linguistici alternativi, la comunità scientifica le fa sue e continua ad esplorarle ed arricchirle fino a farle diventare delle idee che entrano a pieno titolo nelle teorie definitive. Lo stesso rapido metabolismo della scienza costringe gli scienziati al rischio del pensiero metaforico. Gli scienziati sembrano lavorare ai bordi di un vulcano sempre attivo che trabocca di novità che impongono neologismi e catacresi ad un ritmo crescente. Ma le metafore possono svolgere un importante ruolo euristico e portare a sviluppi inaspettati proprio perché spingono gli scienziati a esplorare collegamenti che altrimenti sarebbero rimasti oscuri: le metafore rappresentano sorgenti di possibili instabilità all'interno del discorso scientifico, con la capacità di creare contatti interdisciplinari, con scambio di significati e l’importazione di nuovi termini teorici.

Metafore e comunicazione scientifica.

La divulgazione scientifica fa grande uso, e spesso abuso, di metafore, stretta com’è fra le problematiche scientifiche sempre più lontane dall’esperienza quotidiana ed il generale analfabetismo scientifico dei destinatari della comunicazione. Innanzi tutto va notato che non sempre si possono trasferire immediatamente le metafore sviluppate degli scienziati nella fase creativa alla comunicazione dei nuovi risultati al pubblico più generale. Il problema principale è che tali metafore non portano con sé una chiara demarcazione delle aree della loro legittimità: esse possono essere degli strumenti efficaci per gli scienziati, ma fonti di errori per gli studenti ed il pubblico.

Gli scienziati di frontiera, ove vengono sviluppate la terminologia e le nuove immagini, parlano soprattutto con altri scienziati al loro livello di comprensione o prossimi: per questo il loro linguaggio esce dal regno del linguaggio naturale con le sue proprietà. E la differenza di linguaggio riflette in realtà una diversa visione del mondo, per cui non si tratta solo di un problema di traduzione. Senza dare preminenza ad un programma di adattamento di queste visioni del mondo, l’insegnamento e divulgazione della scienza rischiano di restare del tutto superficiali. D’altra parte troppo spesso nella divulgazione scientifica si cerca di ottenere attenzione o comprensione banalizzando metafore. Ciò è tanto controproducente quanto non spiegare i confini propri delle metafore corrette.

Vi sono due ruoli competitivi delle metafore: a volte agiscono come mezzi per trasferire significato attraverso delle discontinuità ed, in altri casi, come uno strumento più attivo di metamorfosi, di ristrutturazione di una percezione dell’immagine del mondo. In ogni caso la metafora ha limiti espliciti od impliciti, e poiché la metafora è sempre contingente al contesto, i suoi limiti cambiano con spostamenti del contesto. L’uso sistematico di metafore era uno strumento importante nell’iconografia religiosa, in particolare quando affreschi e quadri nelle chiese costituivano il mezzo di comunicazione più efficace a fronte dell’analfabetismo dominante: ogni immagine doveva portare con sé un ampio bagaglio metaforico per ricordare i princìpi della fede, ancorché astratti, in immagini di presa immediata, in grado di per sé di produrre emozioni estetiche e sentimentali. Ciò che era tuttavia immediato per i fedeli illitterati del medioevo ora è muto per noi, se non troviamo chi ci aiuti a decodificare le metafore.

Nel ricorso ad enunciazioni metaforiche occorre tener presente che così facendo si mette in gioco una particolare comunità di saperi e di intenzioni, di interessi e di gusti e si postula un contatto metacomunicativo tra gli interlocutori: ove questo contatto è forte la comunicazione può essere estremamente sintetica, come nei libri senza testo (Mutus Liber) che si scambiavano gli alchimisti.11 Ma se l’ascoltatore non riesce a produrre un significato, come un estraneo al mondo alchemico di fronte a illustrazioni misteriose, allora si sviluppa un divario, una perdita netta di comunicazione.

Sono in particolare da evitare metafore nella spiegazione di teorie che già consentono formulazioni non metaforiche del tutto adeguate: in questi casi le metafore suggeriscono troppo poco od offrono una percezione insufficiente a livello teorico per poter assolvere più di un semplice aiuto alla visualizzazione. Si considerino, ad esempio, la descrizione della localizzazione spaziale di elettroni legati come una “nuvola elettronica" o la descrizione di atomi come “sistemi solari in miniatura", come ne "La montagna incantata" di Thomas Mann. La prima metafora non produce intuizioni o chiavi di penetrazione nel fenomeno che intende descrivere. La seconda metafora compendia effettivamente la concezione teorica fondamentale di Bohr, ed ha avuto storicamente una rilevanza nella discussione dei modelli alternativi, ma questa forma di percezione non deriva dall’adeguatezza della metafora, né dal suo carattere aperto a successivi sviluppi: si può infatti dire esattamente sotto quali aspetti la nozione di atomo di Bohr assomigli a un sistema solare senza usare alcun espediente metaforico. Anzi il confronto analitico fra i due modelli, non più metafore, permette di far risaltare aspetti precisi delle due differenti dinamiche e proporre approfondimenti non banali. Lo stesso si può dire a proposito dello spin e dell’"elettrone rotante", mettendo in evidenza il confronto fra una struttura elementare puntiforme ed una dotata di struttura.

Anche nella divulgazione scientifica occorre tener presente che la ragione è molto più efficace di quanto non si consideri. Pertanto un processo educativo ed informativo si può basare su strumenti logici, quali l’argomentazione e l’inferenza. È utile far giungere logicamente a delle anomalie, creando dei fertili conflitti cognitivi, non con metafore ma con paradossi, che sono prodotti dalla giustapposizione di due proposizioni che sembrano essere contraddittorie, ma che in realtà sono entrambe vere. In tale modo si può suscitare un ruolo più attivo da parte di chi vuole apprendere e rendere il processo di acquisizione conoscitiva più efficace. L’acculturazione scientifica è infatti un processo globale interattivo: occorre un ruolo attivo da parte di chi vuole impadronirsi del sapore della scienza.

Anche nella scienza la metafora si rivela il più ingegnoso e acuto, il più pellegrino e mirabile, il più gioviale e giovevole, il più facondo e fecondo parto dell’umano intelletto. Inoltre la comprensione del suo ruolo costruttivo nelle discipline scientifiche può fornire suggerimenti per ristabilire i contatti fra scienza, letteratura ed arte in un reciproco arricchimento verso una ricomposizione unitaria della cultura.


Testo estratto da:

A.Pascolini: “Metafore e comunicazione scientifica”,
in Conferenze e Seminari 1999-2000, Associazione Subalpina Mathesis, a cura di E.Gallo, L.Giacardi, S.Roero, Torino 2000, pg 128-141.

 

Alessandro Pascolini è professore di Metodi matematici della fisica nella Facoltà di Scienze e di Scienza per la pace nella Facoltà di Scienze politiche ed è docente al Master in comunicazione scientifica dell’Università di Padova. Svolge ricerche di fisica teorica, tecnologie militari e di storia della scienza e si dedica alla promozione della cultura scientifica in Europa. La Società Europea di Fisica gli ha asseganto il premio 2004 per la divulgazione scientifica.
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