Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Un'opera di comunicazione scientifica in esametri - 2
di Paolo Piazza, 04/07/2008

L’uomo ha da sempre a disposizione diverse strade per interpretare la realtà. Esistono modi diversi, con parole diverse, con modalità di pensiero diverse. Così la religione che fa della fede il suo strumento di conoscenza, la scienza che sperimenta e verifica, la poesia con il suo linguaggio metaforico.

Lucrezio mi colpì la prima volta in terza liceo. Mi colpì la forza dell’inno a Venere, una forza generatrice, tellurica, sensuale e mi colpì la finale forza distruttrice della peste che sconvolge Atene. L’inno a Venere, in apertura del primo libro, è un inno alla primavera ed alla vita. La peste, invece, chiude l’opera con l’inno alla non vita. Nel corso dell’opera, la critica alla "religio", il materialismo degli atomi, gli inni ad Epicuro quale campione dell’umanità, considerato "primum Graius homo mortalis tollere contra est oculos ausus primusque obsistere contra".

Il De Rerum Natura è un libro di continue, profonde contraddizioni: a momenti di razionale osservazione della natura si alternano momenti di esaltazione della natura o di profondo terrore. È un ritmo sincopato, a volte apneico, a volte sereno come un fiume tranquillo.
Ma se Lucrezio fu uno dei primi ad osservare la natura con occhio oggettivo, come mai ciò

“che più colpisce nell'opera di Lucrezio è la profonda malinconia. Il poema della natura è triste e scoraggiante [...] I piaceri sono ingannevoli, non vi è gioia assoluta, e anche da ciò che è fonte di piacere esala una sorta di amarezza che, in mezzo ai profumi e ai fiori, ci serra la gola." (Henry Bergson).

Lucrezio è poeta dell’angoscia, della paura in ciò che non si comprende. L’uomo ha da sempre a disposizione diverse strade per interpretare la realtà. Esistono modi diversi, con parole diverse, con modalità di pensiero diverse. Così la religione che fa della fede il suo strumento di conoscenza, la scienza che sperimenta e verifica, la poesia con il suo linguaggio metaforico.
Se il nostro mondo ci appare oggi dominato dalla scienza, il mondo antico aveva altre leggi. Religione e poesia erano luoghi primari di conoscenza. In particolare la poesia. La radice della parola viene dal greco "poiein" fare, creare, operare. Questa etimologia si è persa, ma in Grecia il poeta è creatore: di mondi, di pensieri, di opinioni. Era radicata la convinzione che il poeta, così come il sacerdote, avesse un punto privilegiato da cui osservare la realtà. Non esiste lo scienziato in senso moderno, ma è il poeta che indaga sulla natura e la interpreta attraverso la metafora poetica. Pensiamo a Esiodo, Empedocle, Arato, Manilio. Ma anche Omero e Virgilio.
Lucrezio è prima di tutto poeta, e a ben vedere il travestimento da uomo didascalico razionalista e oggettivo, nel corso del poema gli va stretto. Non si spiegherebbe altrimenti questa tensione al sublime, che sbalordisce il lettore più che portarlo verso una serena e razionale comprensione dei fenomeni. Luca Canali ha dedicato un bel saggio sulla capacità di Lucrezio di creare il sentimento del sublime, caratteristica questa tipica del poeta:

Così il sublime negli effetti di esaltazione che suscita e nel meccanismo dialettico che sviluppa, anticipa (quasi riproduce in sé) il processo di conquista intellettuale grazie a cui la mente del discepolo epicureo impara a conoscere le regole dell’universo e della vita seconda natura.

Attraverso la poesia l’uomo può stare al cospetto dell’immensità del cosmo e prendere coscienza della grandezza a cui è destinato. Alla fine del secondo libro tutto ciò è più chiaro: per descrivere gli infiniti mondi che viaggiano nello spazio, apre prima gli occhi alle sconfinate regioni del firmamento, e attraverso questa visione la mente si libera delle ristrettezze del mondo e contempla la natura, non più come “fenomeno” ma come “noumeno”, cosa in sé.
Eppure, nonostante la serena tranquillità della filosofia di Epicuro, attraverso la quale affrontare queste “perturbazioni”, rimane un forte senso di paura. Perché di fronte alla certezza, democritea, che tutto è frutto del movimento degli atomi, tanti dubbi e tanta ansia?
La risposta credo che debba essere letta tra le righe e può sembrare paradossale. È la poesia l’unico sistema in grado di concepire l’inconcepibile. In questo senso Lucrezio è più orginale di Epicuro e degli atomisti suoi predecessori.

Nel mondo latino non si può parlare propriamente di sapere scientifico. Ci sono sicuramente grandi anticipatori: Aristotele, Pitagora, Plinio il Vecchio. Ma non si assiste ad una vera rivoluzione scientifica. E così rimane per parecchio tempo, fino sostanzialmente al XV secolo e a Galileo Galilei.
Una geniale intuizione. Galileo capisce che la battaglia per la libertà del pensiero scientifico passa attraverso il ridimensionamento del principio di autorità: culturale, Aristotele, religiosa, la Chiesa e la Bibbia. Il metodo deve diventare rigoroso e affondare le sue radici nell’esperienza: osservazione e scomposizione del fenomeno nei suoi elementi semplici e misurabili, formulazione dell’ipotesi, esperimento e verifica, formulazione in termini di legge. Nasce un linguaggio nuovo.
Galileo pone le basi del metodo moderno ma non esclude il vecchio mondo con le sue regole e interpretazioni. Il sapere scientifico e quello poetico/religioso non si escludono, hanno campi di applicazione diversi, si completano a vicenda per fornire all’uomo la vera conoscenza della natura delle cose. Così nella lettera a Cristina di Lorena:

Ma non per questo voglio inferire, non doversi aver somma considerazione dei luoghi delle Sacre Scritture; anzi venuti in certezza di alcune conclusioni naturali, dobbiamo servircene per mezzi accomodantissimi alla vera esposizione di esse Scritture ed all’investigazione di quei sensi che in loro necessariamente si contengono, come verissime e concordi con le verità dimostrate... Di più, che ancora che in quelle proposizioni che non son De Fide l’autorità delle medesime sacre lettere deve essere anteposta all’autorità di tutte le scritture umane, scritte non con metodo dimostrativo, ma o con pura narrazione o anco con probabili ragioni, diei doversi reputar tanto convenevole e necessario, quanto l’istessa divina sapienza supera ogn’umano giudizio o congettura.
[...]
Io qui direi quello che intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, cioè l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo non come vadia il cielo.


La scienza dopo Galileo prende una strada a sé. Già Bacone, nonostante fosse di tre anni più giovane, ha un’idea più “esclusiva” del valore e dell’utilità della scienza per l’uomo. Il metodo sperimentale deve abbracciare tutti i campi della realtà, fino a portare quest’ultima sotto il dominio totale dell’uomo, che con strumenti efficaci comprende la natura e la domina. Bacone non lascia scampo alla natura. È necessario che si riveli, che il velo di Maya che per Schopenhauer separa il manifesto, “fenomeno”, dal pensato, “noumeno”, si dissolva, per fondare una civiltà nuova, fondata su basi scientifiche certe, possibilmente matematiche.
I due mondi si dividono definitivamente.

La scienza concepisce il tempo in modo diverso rispetto alla poesia. Il tempo della poesia è un tempo ciclico perché legato ai ritmi della natura: tutto torna sempre uguale ogni anno. La nascita e la morte sono momenti della vita che valgono per tutte le cose. È un tempo sinusoidale, continuo, ciclico e quindi irrazionale, inconcepibile, incommensurabile. Pensiamo alla circonferenza o al cerchio. Matematicamente il rapporto tra il luogo geometrico dei punti equidistanti dal centro e il diametro sono numeri fra loro incommensurabili: il loro rapporto è un numero inconcepibile, “pi greco”.
Il tempo della scienza invece è lineare, e quindi misurabile. L’uomo di scienza vive nella forte, incrollabile convinzione che prima o poi il risultato viene raggiunto. La retta non è ricorsiva. La retta prima o poi ti porta a destinazione. Lo scienziato vive nella convinzione di ottenere il risultato. Attraverso la rettificazione del tempo posso concepire il moto e quindi posso spiegarlo.

Un altro elemento di profonda differenza tra scienza e poesia è il senso della necessità. C’è un passo interessante nel “Prometeo incatenato” di Eschilo. Prometeo è tradizionalmente il prototipo dell’uomo costruttore, scienziato, inventore del fuoco e della tecnologia, dell’uomo “faber” dell’umanesimo. Ruba il fuoco agli dei e lo dona agli uomini e per questo Zeus lo lega alla rupe e manda un’aquila a divorargli il fegato che ogni giorno ricresce. Nella tragedia di Eschilo si narra l’ultima parte del mito. Prometeo, incatenato alla rupe, esclama:

Ah me sventurato
Io gemo per il dolore presente
Io gemo per il dolore a venire, chiedendomi
Quando verrà il giorno in cui Egli imporrà un limita alle mie sofferenze.
Ma che dico? Ho già veduto tutto,
tutto quel che verrà, con grande chiarezza; a me nessun dolore verrà con volto nuovo.
Perciò il destino che il fato mi ha assegnato devo sopportare
Meglio che posso;
so bene infatti che nessuno contro necessità
contro la sua forza può combattere e vincere (vv. 96-104)


La necessità in greco è “ananche”, è la divinità di ciò che deve per forza accadere. La filologia ci aiuta a capirne meglio il significato: in accadico [hanaqu] stringere, in egizio [hnk] angusto, l’ebraico [anak] collana a forma di catena, fino all’arabo [hanaqa] strangolare, [hannaka] collana, [iznak] corda che lega i buoi al giogo, il tedesco moderno [angst] e [angina] in latino.
“Ananche” è ciò contro cui non si può combattere; è “nicht anders sein konnen” per dirla con i filosofi tedeschi, è l’angoscia, l’anello che non si può spezzare, la catena che ci blocca al suolo, è il Dioniso greco, l’irrazionalità contrapposta alla razionalità apollinea. In latino la parola viene tradotta con “Necessitas”. Necessità non si può conoscere, contro di lei Prometeo cede le armi. Lucrezio nel suo poema parla spesso di “ananche”, Necessità della vita, della morte, della ciclicità della natura. Natura che parla all’uomo, e chiede:

Perché, uomo, ti affanni a vivere, se il tuo tempo ormai è finito? Se il tuo tempo giunge al termine, perché ti ostini a voler stare al mondo? L’uomo saggio accetta la Necessità.
È necessario che sia così. Il saggio secondo la filosofia epicurea fa dell’accettazione di Necessità un valore di virtù. E la poesia è lo strumento primario di questa conoscenza. La scienza di fronte ad “ananche” è nuda, come Prometeo incatenato alla rupe.
Perchè affannarsi come marinai durante una tempesta in mare, se possiamo stare tranquilli dietro solide mura?

Oggi viviamo in un mondo in cui il territorio di “ananche” è sempre più ristretto. La scienza moderna ha fatto passi enormi nella conoscenza del mondo e le va riconosciuto il merito di aver portato all’uomo benefici prima non immaginati. La scienza non accetta il territorio di “ananche” e vive nella tensione costante del capire, del definire, del fare luce. Spinge lontano dal vivere quotidiano tutto ciò che secondo il suo linguaggio è “in”: indefinibile, inconoscibile, ineffabile.
Lucrezio direbbe che in questo caso la scienza non è saggia. Hilmann, psicoterapeuta junghiano profondo conoscitore del mondo classico, nel saggio da cui sono tratte le riflessioni sulla necessità, direbbe che la nostra non è altro che “una vana fuga dagli dei”.

Paolo Piazza è uno studente del Master in Comunicazione delle Scienze (anno 2008).





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