Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Dalla verità al senso della verità: il doppio livello della comunicazione scientifica
di Fabio Grigenti, 20/10/2008


Si ritiene che la caratteristica essenziale del linguaggio scientifico sia quella di descrivere la “realtà” così come essa è, di raffigurare dei fatti, di essere “oggettivo”, in una parola: di dire la verità sul mondo. Le proposizioni della scienza – e qui per “proposizione” intendo sia espressioni formali sia non formali – possiederebbero un alto valore denotativo per il fatto di essere costruite a partire da elementi semplici, per ciascuno dei quali è sempre possibile individuare un riferimento nel mondo.

Ogni termine scientifico funziona quindi come un nome: esso sta per un certo “oggetto” reale, quest’ultimo è il suo significato. La connessione di termini significanti semplici secondo relazioni logico-matematiche produce poi gli “enunciati complessi”, dalla cui ulteriore complicazione deriverebbero, infine, le teorie.In ogni caso, qualunque sia la situazione (specialistica o divulgativa) in cui la comunicazione scientifica può avvenire, si ritiene che essa sia “oggettiva” e condivisibile da tutti i parlanti sulla base dell’universale e comune riferimento alla “realtà”. Nella scienza ciò che permette la comprensione non è il linguaggio, ma il mondo.

Nel seguito cercherò di ragionare intorno a questa idea, apparentemente semplice e intuitiva, al fine di mostrare come essa sia invece portatrice di una complicazione interna che rende più problematica la comprensione del funzionamento della comunicazione scientifica.

Nel passaggio dall’oggetto alla parola è in gioco un movimento di natura logica molto importante, ma spesso trascurato. Tenterò di ripercorrerlo a partire dalla classica discussione condotta da Gottlob Frege in un importante saggio del 1892, intitolato Senso e denotazione. Riassumo brevemente la posizione di Frege.

Mi permetto di porvi una domanda. C'è una differenza tra le espressioni "a = a" e "a = b" dove "a" e "b" designano lo stesso oggetto? Se c'è differenza, che differenza c'è? Nel caso in cui vi sia una differenza tra le due espressioni, tale differenza riguarda gli oggetti designati dalle lettere "a" e "b" o solo i segni "a" e "b"? Ora, tale differenza non può riguardare l'oggetto, perché abbiamo assunto che l'oggetto sia lo stesso, riguarderà quindi i segni usati. Diciamo che sia in "a = a" che "a = b" si esprime un rapporto di uguaglianza tra segni.

Tuttavia le due espressioni sono diverse, nella prima il segno "a" è messo in rapporto di uguaglianza con se stesso, nella seconda il segno "a" è messo in rapporto di uguaglianza con "b". Da ciò deriva il fatto che noi attribuiamo un valore conoscitivo diverso alle due espressioni. Nel primo caso l’uguaglianza non pare aggiungere nulla alla nostra conoscenza, nel secondo caso può essere interessante sapere proprio che “a = b”. Insomma la seconda relazione di identità “a = b” pare amplificare effettivamente la nostra conoscenza. Alcuni dei nostri resoconti scientifici sugli oggetti di conoscenza (e dei nostri problemi circa il linguaggio da usare) si radicano spesso sulla difficoltà di istituire un rapporto di uguaglianza tra i segni che usiamo per designare gli oggetti.

Osserviamo le seguenti espressioni:

“La stella della sera = La stella del mattino”

Qui abbiamo uno stesso oggetto (il pianeta Venere) che è denominato secondo due sensi diversi. Dobbiamo distinguere, quando parliamo, l'oggetto di cui parliamo (per i logici denotazione) dal senso in cui ne parliamo. Possiamo parlare dello stesso oggetto in sensi diversi, come nell'esempio appena visto. Ciò implica che il senso, cioè le parole, sono in una certa misura indipendenti dalle cose, almeno nella misura che dato un oggetto non sono predeterminati a priori tutti i modi di nominarlo. Il nome non è l'oggetto. Il linguaggio non è la realtà. Per tale ragione il fatto di stabilire un’uguaglianza o un accordo tra due nomi diversi di un oggetto può tradursi in una conoscenza effettiva per noi.

Dire che il senso di un'espressione è indipendente dall'oggetto che essa esprime non implica affermare che il senso sia qualcosa di non oggettivo. Soprattutto non implica che il senso sia per questo eminentemente soggettivo. Tra l'oggetto e la rappresentazione soggettiva che ne abbiamo, c'è il senso, ovvero la parola. Immaginiamo di contemplare il pianeta Venere. Avremo qui un oggetto, il pianeta, una sua rappresentazione soggettiva, l'impressione visiva sulla retina – magari accompagnata da pensieri ed emozioni – e un'espressione "la stella della sera", che pur non identificandosi con l'oggetto non è nemmeno riducibile agli elementi contingenti e soggettivi della situazione.

L'espressione "la stella della sera" è certamente parziale, perché esprime un possibile senso in cui può essere detto l'oggetto Venere, ma essa è condivisa tra più interlocutori, e può essere messa in rapporto di uguaglianza o disuguaglianza con altre espressioni.

Da questo punto di vista, dal punto di vista del “senso” dobbiamo concludere che nel salto tra l’oggetto e il nome, non abbiamo un passaggio tra oggettivo e soggettivo, ma tra un tipo di oggettività e un altro tipo di oggettività: tra l'oggettività propria dell'oggetto e l'oggettività della parola. Ciò che va precisato è che la specifica oggettività della parola ha a che fare non con l’esistenza di qualcosa, ma con la condivisione linguistica delle espressioni usate, ovvero col fatto che il senso è un fatto pubblico, possesso non di uno, bensì di molti.

Abbiamo compreso che la parola, pur non essendo oggettiva nel senso in cui può esserlo un fatto, non è nemmeno soggettiva. Tuttavia, fino a che punto, nel caso di un resoconto scientifico sui fatti del mondo, il senso delle parole può essere indipendente dalle cose?

Osserviamo il seguente enunciato assertorio, contenente non solo nomi o espressioni indicanti singoli oggetti, ma relazioni e predicazioni relative agli oggetti. In genere, noi usiamo questi enunciati complessi quando abbiamo necessità di descrivere oggetti dotati di proprietà:

"Ulisse fu sbarcato a Itaca mentre dormiva profondamente"

Siamo qui di fronte a un enunciato complesso esprimente il caso che un certo oggetto "Ulisse", mentre era nello stato "di sonno profondo", ha subito l'azione di "essere sbarcato" in un'isola, il cui nome è "Itaca". Ora, si tratta di un enunciato che ha un senso condiviso, noi lo comprendiamo bene, un grande poeta lo ha scritto, e forse l'abbiamo anche pronunciato. Tuttavia, permettetemi di chiedervi: A quale oggetto si riferisce questo enunciato? Qual è il suo valore complessivo di verità? Che cosa descrive?

Nel tentare di rispondere a queste domande, improvvisamente ci scontriamo con una difficoltà molto seria. Questo enunciato, pur avendo un senso oggettivo, non può riferirsi in modo vero e oggettivo a nessuna situazione perché non abbiamo nessuna possibilità di trovare un oggetto di riferimento per il nome "Ulisse". Possiamo andare a Itaca e forse riusciamo, dopo una paziente osservazione, a vedere qualcuno che viene sbarcato mentre dorme, ma è del tutto improbabile che osserveremo mai "Ulisse", proprio lui, addormentato mentre sbarca sulla sua isola. Qui la mancanza di riferimento oggettivo di una parte dell'enunciato non consente all'intero enunciato di avere alcun valore di verità circa la situazione descritta.

Il nome "Ulisse" è quindi del tutto analogo alla seguente espressione nominale:

"Il corpo celeste più lontano dalla terra"

Si tratta di un'espressione che ha indubbiamente senso. Potremmo infatti trovarla in qualche manuale di astronomia, ma che cosa denota? A quale oggetto si riferisce? In quale regione della realtà dovremmo guardare per trovare un oggetto simile? In realtà, è dubbio che un oggetto del genere esista. Tale espressione, pur comprensibile e pur così simile ad una proposizione scientifica, appare come del tutto indeterminata circa l'oggetto che dovrebbe denotare. Per tale ragione è difficile che essa possa essere accettata all'interno di un serio resoconto scientifico su ciò che c'è o non c'è nell'universo o nell'immagine dell'universo. Nel comunicare un resoconto scientifico non si vuole solo proferire pensieri condivisibili e sensati, ma esprimere enunciati dotati di valore di verità circa il darsi o il non darsi di una certa situazione.

Bene, ma affinché ciò accada, ovvero che il nostro resoconto sia effettivamente informativo su una determinata situazione, sia cioè dotato di valore di verità, devono essere rispettate due condizioni:

a) che ogni espressione del resoconto, data nella forma di un nome o di un’espressione nominale, denoti effettivamente un oggetto;

b) che non venga introdotto nessun nuovo segno o complesso di segni nella funzione di nome, senza che ad esso sia assicurato un preciso significato.

Ogni ambiguità circa il significato dei segni indicanti oggetti, si riflette in una ambiguità circa il valore di verità complessivo della situazione descritta. In definitiva: in un resoconto che pretenda di essere scientifico il significato di ogni espressione complessa deve essere funzione del significato dei suoi componenti.

Tale requisito è importante. Esso consente di evitare gravi ambiguità e grossolane imprecisioni nella comunicazione. Per inquadrare meglio il problema userò il famoso esempio fatto da Bertrand Russell in "On denoting" (1905). Se io dico:

"L'attuale Re di Francia è calvo"

La proposizione esprime certamente qualcosa di sensato, ma che purtroppo è falso. Non si dà alcun oggetto X tale che X è Re di Francia e tale che X è calvo. Ora, la sensatezza può mascherare la falsità e fuorviare il lettore della proposizione. Tuttavia, la stessa proposizione fornisce anche indicazioni per controllare la sua verità. L'avverbio di tempo "attuale" ci indica l'ambito di realtà entro il quale dobbiamo cercare l'oggetto. Si parla del presente e, in questo ambito, è facile vedere che non esiste alcun Re di Francia, meno che meno calvo. Questo ci ricorda che, oltre al senso, nel referto credo occorra avere sempre di mira quello che io chiamerei il suo "valore complessivo di verità" ovvero la sua capacità di dirci che cosa c'è o non c'è, la sua capacità di essere logicamente informativo. Affinché ciò accada dobbiamo evitare ogni ambiguità circa il significato dei termini nominali usati, perché ogni indeterminatezza delle parti può comportare un'indeterminatezza nel significato del tutto.

La nostra conclusione è la seguente. Alla comunicazione scientifica possiamo ascrivere il carattere della oggettività. Tuttavia, tale “oggettività” mostra una complicazione interna. Nei resoconti su temi e questioni delle scienze naturali, soprattutto quando si accede alla dimensione del linguaggio comune e meno specialistico, noi abbandoniamo il terreno sicuro dei termini univocamente determinati nel loro significato, per entrare in una dimensione più allargata del senso. Qui la possibilità di trasferire informazione dipende dal rapporto che i segni istituiscono tra loro e non dalla immediata relazione denotativa con oggetti. Si parla e ci si intende senza esplorare in ogni momento che cosa le parole significano. Possiamo escogitare metafore, fare esempi e usare termini perché sappiamo che essi, anche se indeterminati, sono tuttavia condivisi e pubblici.

Gli uomini non si intendono tra loro scambiandosi liste di oggetti, ma usando linguaggi che hanno senso per il numero più esteso di parlanti. Se la scienza vuole comunicare realmente al di fuori del suo ambito e raggiungere un pubblico non specialistico, deve imparare a usare sensi nuovi, che illustrino la “realtà” senza tradirla. L’unico requisito che un resoconto scientifico deve possedere per essere realmente informativo e non ambiguo attiene alla necessità di non introdurre termini singolari senza significato, di non alludere cioè a entità la cui esistenza sia dubbia o problematica. Lo scienziato non deve creare aspettative, indurre speranze sul futuro o sortire credenze su ciò che non c’è.

Tale obiettivo si raggiunge mantenendo un costante e attento controllo sulle espressioni usate nella comunicazione scentifica. Esse devono essere sensate, cioè massimamente condivisibili, ma nel contempo devono esibire con chiarezza l’ancoraggio al mondo di cui parlano. Salve queste condizioni, non vi è legge o teoria che non possa essere rigorosamente divulgata anche al di fuori delle scritture formali.

Fabio Grigenti è docente di Storia del pensiero scientifico all'Università di Padova





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