Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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A colloquio con Ilaria Capua: strategie per combattere l'influenza aviaria
di Barbara Tiozzo, 05/02/2009

 

In questi ultimi anni le ripetute emergenze sanitarie hanno indirizzato l’attenzione dell’opinione pubblica sul lavoro del veterinario, riscoprendo il ruolo cruciale di questa figura professionale per la gestione delle emergenze e per garantire, tramite servizi di ricerca, prevenzione e sorveglianza, la sanità animale e con essa la tutela della salute pubblica mondiale. Ne parliamo con Ilaria Capua, virologa dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie e responsabile del Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle.

(foto a cura di Paola Fiorini, IZSVe)

 

Dott.ssa Capua, lei è stata definita “mente rivoluzionaria” per il suo approccio innovativo all’emergenza dell’influenza aviaria. Ci racconta come è cominciato tutto?

Nel nostro mondo, dove sono tutti così veloci e preoccupati a guardare la propria fettina di attività, non si riesce a guardare al problema nella sua interezza, generando moltissime contraddizioni. La contraddizione contro cui mi sono scontrata era che l’influenza aviaria stava su tutti i giornali, il primo virus ad alta patogenicità era arrivato in Africa e la comunità scientifica stava a guardare.
Quando ho ricevuto la telefonata dall’OMS che mi chiedeva di depositare in un database ad accesso limitato la sequenza del virus, quindi l’impronta digitale del virus… sinceramente non me la sono sentita, perché quel database era nato 10 anni prima, quando nessuno ancora si preoccupava dell’influenza aviaria. Al mutare della situazione epidemiologica e al disastro incipiente che stava arrivando grazie all’H5N1, a mio avviso quel sistema non andava più bene, era inadeguato: non si poteva limitare l’accesso a tutti i ricercatori del mondo, anche perché nel frattempo erano arrivati un sacco di soldi per lavorare sull’influenza.
Quando chiedevi ai colleghi veterinari europei di condividere le sequenze di virus rispondevano: “No, perché c’è la proprietà intellettuale”, senza neanche riuscire a spiegare il perché di tale rifiuto. Mi sembrava proprio un atteggiamento ottuso, contro la tutela della salute pubblica e la valorizzazione del ruolo dei veterinari. Quando non accetti dal punto di vista etico una cosa, non puoi fare un compromesso: o ci stai o non ci stai. E io non ci stavo. Quindi in tutta serenità ho mandato una mail ai colleghi dicendo: “Questa sequenza è importante: io la metto in Genbank (database ad accesso pubblico). Vi inviterei a riflettere sul vostro comportamento perché secondo me ora i veterinari devono aprire i loro cassetti, tirare fuori quello che hanno e lavorare insieme”.
Mi sono presa anche un sacco di critiche e tuttora c’è chi dice che l’ho fatto per fare carriera. Invece l’ho fatto perché gli altri non vedevano: erano talmente preoccupati a guardare la singola mutazione del singolo virus da perdere la giusta prospettiva. Forse questa mia capacità di vedere le cose “dall’alto” è poi risultata vincente per questa storia, ma ci ha dato molta credibilità con le organizzazioni internazionali, favorendo la collaborazione tra medici, veterinari e anche altre figure professionali.

Recentemente le è stata affidata anche la direzione del Centro di referenza nazionale per la ricerca sulle malattie infettive nell’interfaccia uomo-animale, attivato presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. Cosa s’intende per “malattie infettive nell’interfaccia uomo-animale”?

Il 70% delle malattie che hanno minacciato l’umanità negli ultimi 20 anni sono originate dagli animali. Per rappresentare una vera minaccia il virus, o il patogeno, deve uscire dagli animali, passare alle popolazioni rurali e da queste alle popolazioni evolute. Da qui, deve prendere un aereo e arrivare in tutto il mondo. “Interfaccia uomo-animale” significa quindi comprendere i meccanismi che permettono a determinati patogeni di infettare l’uomo nel suo primo salto di specie: se si riesce a interromperne la trasmissione e a capirne i meccanismi, si è in grado di fare molta prevenzione. In Africa la predisposizione in alcune zone di reti anti-zanzare ha ridotto l’incidenza della malaria. In realtà per alcune malattie basta anche poco, per altre è un po’ più complicato. La SARS si è originata in un mercato di maiali vivi: ha infettato 9000 persone causando 900 morti. Fermare una malattia che infetta 9000 persone è veramente difficile. Se si fosse compreso che il virus sarebbe passato dallo zibetto all’uomo, si sarebbe potuto intervenire a priori, al livello dei mercati vivi. L’interfaccia uomo-animale è dunque quella “zona grigia” tra l’animale in genere, selvatico o domestico, e il suo primo passaggio nell’uomo. Quindi l’influenza aviaria, la West Nile, la rabbia sono alcune tra le malattie su cui lavoreremo.

 

Cosa si aspetta dal nuovo Centro di referenza e al raggiungimento di quali obiettivi saranno indirizzate le attività?

Quello che vorremmo fare è essere credibili dal punto di vista scientifico: pubblichiamo su riviste di alto livello, abbiamo dato indicazioni fondamentali sulla vaccinazione degli avicoli, sulla trasparenza dei dati e sulla collaborazione transdisciplinare. Abbiamo dato un’impostazione diversa alla collaborazione con i Paesi in via di sviluppo e del Medio oriente, ospitando molte persone poi coinvolte nelle attività di ricerca, dal momento che le emergenze arriveranno proprio da quei Paesi. Questo ha fatto sì che in Africa siamo il laboratorio di referenza “in senso lato” per la veterinaria e questo ci permetterà di lavorare contro le malattie all’origine, lì dove si sviluppano e vorrei che il Centro di referenza si occupasse di questo.
Le attività si focalizzeranno al primo anello della catena della zoonosi. Collaboreranno virologi, parassitologi e gli esperti di zoonosi alimentari per costruire assieme un action plan a 360°. Anche tutte e tre le organizzazioni internazionali più importanti, OMS, OIE e FAO hanno già manifestato la loro intenzione a collaborare.

Cosa le ha permesso di portare a casa un altro Centro di referenza?

L’IZSVe ha iniziato a lavorare con l’influenza aviaria prima che diventasse “di moda”: quindi nel momento dell’emergenza eravamo preparati. Quello che abbiamo fatto deve rappresentare un modello perché nella sanità pubblica italiana, e in particolare in questo Istituto, le cose si possono costruire. Certo è fatica perché devi viaggiare e tenere i contatti con le persone e questa è la cosa più importante in assoluto: nell’era globalizzata è necessario confrontarsi a livello internazionale, non è possibile agire a livello locale. In IZSVe ci sono delle ottime professionalità e delle grosse potenzialità da mettere a frutto: secondo me le persone della mia generazione devono veramente impegnarsi affinché i giovani vengano messi nella condizione di lavorare e di esprimere al massimo il loro talento.

Barbara Tiozzo è una studentessa del master (anno 2008)

 
Dopo la laurea in Medicina Veterinaria presso l’Università degli Studi di Perugia nel 1989, Ilaria Capua si è successivamente specializzata presso l’università di Pisa ed ha conseguito il dottorato di ricerca all’Università di Padova. Dal 1998 è Direttore del Centro di Referenza Nazionale, FAO e OIE per l’Influenza Aviaria e Malattia di Newcastle, e della Struttura Complessa Ricerca e Sviluppo all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie – Legnaro (Padova).
A fianco di una intensa attività di ricerca in progetti nazionali e internazionali, ricopre incarichi di rilievo in numerosi gruppi di studio e commissioni sanitarie internazionali (OMS, FAO, Commissione europea, NIH, EFSA,…) ed ha promosso e realizzato l’iniziativa GISAID (Global Initiative on Sharing Avian Influenza Data) sulla trasparenza dei dati genetici relativi ai virus influenzali (2006).
L’appello per favorire l’analisi e lo scambio in tempo reale dei dati genetici relativi ai virus dell’influenza aviaria è stato sottoscritto da ricercatori medici e veterinari di oltre 30 paesi tra cui 6 vincitori di Premio Nobel e le è valso la nomina tra le cinque “Revolutionary Mind” per il 2008 da parte rivista Seed Magazine, oltre che nel 2007 il premio “Scientific American 50” – assegnato ai 50 ricercatori o gruppi di ricerca che hanno più contribuito al progresso delle scienza. 
 

 





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