Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Intervista a Franco Mutinelli
di Andrea Gemma, 23/07/2009

Responsabile del centro di referenza nazionale per l'apicoltura dell'Istituto Zooprofilattico delle Venezie.

Uno degli obiettivi principali del progetto APENET è la comprensione del fenomeno della morìa delle api: quali sono le vostre conclusioni?
Le cause del fenomeno sono molteplici, e spesso agiscono in associazione tra loro. Principalmente, queste possono essere rappresentate da patologie (ad esempio quelle causate da parassiti come la varroa), cambiamenti climatici, pesticidi, perdita di biodiversità o pratiche agricole (ad esempio la concia del mais). Questa molteplicità di cause è emersa anche nelle indagini condotte negli Stati Uniti, e viene costantemente riferita come caratteristica della “sindrome dello spopolamento degli alveari”.
Inoltre è necessario distinguere tra morie invernali, in cui si individuano per lo più cause sanitarie, nutrizionali e di gestione dell’alveare, e le morie primaverili, in cui si individuano principalmente cause di tipo agricolo, connesse alle pratiche agricole o ad un utilizzo non corretto degli agrofarmaci.

Quindi le cause che determinano la moria sono differenziate a seconda della stagione?
Sicuramente in funzione della stagione e della fase di sviluppo della colonia possono essere individuate cause diverse. L’importante è soprattutto la distinzione tra morìe invernali e primaverili, che vanno affrontate e gestite in maniera diversa.

E in che senso la biodiversità incide sui dati della mortalità delle api?
In questo caso l’approccio è necessariamente ad ampio raggio, nel senso che consideriamo da un lato le api, che sono gestibili e dunque possono essere tenute sotto osservazione, ma non dobbiamo dimenticare tutti gli altri apoidei selvatici, che concorrono all’impollinazione e quindi al mantenimento dell’equilibrio dell’ambiente. Riguardo a questi ultimi si è evidenziata una riduzione delle specie presenti. Inoltre, esiste un problema di biodiversità anche in agricoltura, per cui la riduzione della varietà di specie coltivate ha un’influenza sulle risorse che le api e gli altri apoidei trovano in termini di nettare e polline, con una possibile ricaduta sulla presenza nell’ambiente di questi insetti.

Nella sua relazione al convegno ha sottolineato la differenza tra il monitoraggio degli alveari e la segnalazione degli episodi di mortalità o spopolamento: ci può spiegare questa differenza?
L’idea alla base dell’attività di monitoraggio è la creazione di una rete permanente di raccolta di informazioni sullo stato di salute degli alverai. Attualmente il progetto ha un finanziamento per 2 anni, ma si auspica che questa attività possa trovare una sua continuità anche negli anni a venire.
Le segnalazioni sono invece la modalità attraverso cui i singoli apicoltori possono e devono informare immediatamente le autorità competenti, cioè il servizio veterinario delle ASL, in merito agli episodi di morìa, indipendentemente dalle possibili cause.
La distinzione tra monitoraggio e segnalazione è importante perché l’episodio di morìa deve essere ufficializzato: se viene attivato il servizio veterinario delle ASL i campioni che vengono raccolti hanno un valore ufficiale, l’evento viene registrato e questo consente ulteriori passaggi, sia di laboratorio, ma anche di comunicazione alle autorità competenti, con il coinvolgimento dei Ministeri preposti. Grazie alle segnalazioni, nel 2008 il Ministero della Salute ha potuto disporre di dati ufficiali sulla situazione degli alveari italiani; altrimenti il rischio è che le singole segnalazioni degli apicoltori non riescano a raggiungere le sedi istituzionali che devono essere coinvolte.

E la gratuità delle analisi quando le segnalazioni seguono la procedura indicata può rappresentare per gli apicoltori un incentivo a segnalare i fenomeni di morìa alle autorità competenti?
Ovviamente ciò incentiva gli apicoltori, nel senso che l’intervento di raccolta e di analisi dei campioni di api morte da parte delle ASL e degli Istituti zooprofilattici rientra nei compiti istituzionali. Ma al di là di ciò, questo è anche un percorso obbligato, affinché ogni episodio fuori dalla norma venga ufficializzato ed abbia il giusto riscontro. Altrimenti le segnalazioni degli apicoltori, che sono comunque molto importanti, rischiano di non avere un seguito attraverso gli enti preposti.

In ambito internazionale esistono gruppi di ricerca che si occupano di valutazione degli effetti dei pesticidi e dei fenomeni di mortalità delle api: si può dunque affermare che APENET, con la sua attività di monitoraggio e ricerca è in linea con detti progetti?
Sicuramente il progetto APENET si propone con basi piuttosto solide e con la prospettiva di interessare tutto il settore dell’apicoltura e affrontare le problematiche del momento. Per quanto riguarda i gruppi di lavoro citati, l‘ICP-BR Bee Protection Group si occupa specificamente dell’effetto dei pesticidi sulle api, il “CoLoss” invece promuove la collaborazione fra gruppi di ricerca e lo scambio di informazioni per studiare i possibili fattori responsabili dei fenomeni di mortalità delle api. Entrambi presentano tematiche comuni al progetto APENET, che è quindi un progetto attuale ed in linea con quanto proposto ed attivato in ambito internazionale.

Andrea Gemma è uno studente del master - anno 2009

 





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