Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Primo Levi poeta-scienziato
di Emanuele Zinato, 23/07/2009

Prima che vittima e testimone di Auschwitz, Primo Levi è un poeta-scienziato, disposto a darci immagini di agghiacciante potenza per illustrare la struttura e la logica  della materia.

Prima che vittima e testimone di Auschwitz, Primo Levi è un poeta-scienziato, disposto a darci immagini di agghiacciante potenza per illustrare la struttura e la logica  della materia.  Il Lager  può divenire, in lui,  non solo un paradossale, rigoroso esperimento «per stabilire che cosa sia essenziale e cosa acquisito nel comportamento dell’animale-uomo»  (Se questo è un uomo) ma anche figura del caso, del caos e dell’ordine coatto che governano le  combustioni stellari o le riproduzioni cellulari.

Levi,  prima di giungere all’esperienza del Lager, si era laureato in  Chimica. Già nel periodo del ginnasio, aveva letto con passione libri di divulgazione scientifica, si era interessato alla chimica e alla biologia, in linea con la cultura scientifica piemontese  del suo ambiente famigliare. La letteratura per lui sarà inoltre per un ventennio un “mestiere secondo”, in ombra,  ai margini  rispetto a quello di chimico.

Il tema della scienza è presente nei  racconti - molti dei quali di genere  fantascientifico, - riuniti in quattro raccolte: Storie naturaliVizio di forma, Il sistema periodicoLilìt  e altri racconti. Molti di questi testi – come Il fabbro di se stesso in Vizio di forma,  nascono da un serrato dialogo con  Italo Calvino, l’altro scrittore del secondo Novecento italiano fortemente interessato dalle tematiche scientifiche. La riflessione sulla scienza è inoltre presente  negli articoli e nei saggi e nell’antologia personale La ricerca delle radici. Il titolo stesso del Sistema periodico è ripreso dalle tavole del chimico russo Mendeleev che aveva ordinato gli elementi secondo il loro peso atomico progressivo. Levi,  nel 1972, riguardo alla sua propensione alla fantascienza, dichiara :

"Mi sono accorto di non poter insistere troppo sul registro autobiografico, e insieme di esser stato troppo “segnato” per poter scivolare nella narrativa ortodossa: mi è sembrato allora che un certo tipo di fantascienza potesse soddisfare il desiderio di esprimermi che ancora provavo, e si prestasse ad una forma di moderna allegoria."

Se la riflessione sulla scienza prende forma di “moderna allegoria”, allora  sono soprattutto le poesie leviane, riunite in  Ad ora incerta, (1984) a condensare, nella breve misura dei testi in versi, la sua forte propensione ad allegorizzare  il rapporto uomo-natura.
Ad ora incerta è una raccolta che, dalla prima poesia, dal titolo Crescenzago, datata «febbraio 1943», all’ultima, Scacchi, datata  «23 giugno 1984»,  scandisce un esatto quarantennio. Queste poesie, meno note al vasto pubblico rispetto alla  trilogia sui campi di annientamento,  sono testi di straordinario tenore riflessivo e cogitativo. Per l’autore stesso si tratta di una “zona grigia” della propria scrittura: scienziato di professione, protagonista della massima tragedia del secolo, illuminista pronto a battersi per salvare il nucleo di razionalità che fa dell'uomo un uomo, Levi confessa:  "Il mio stato naturale è quello di non far poesie, però ogni tanto mi capita questa curiosa infezione, come una malattia esantematica." 

Apparentemente i versi di Levi non concedono nulla all’emersione dell’interiorità: si tratta infatti di poesie di pensiero, in cui predomina la riflessione, il verso lungo, il linguaggio classicistico, chiaro, comunicativo, i generi e gli schemi compositivi lapidari  dell'epigramma latino e dell'invettiva. Alcuni di questi testi in versi sono direttamente sollecitati da ipotesi astrofisiche, desunte dalla rivista Scientific American, contaminate però con la scienza dei greci.    Nel principio,  a esempio, è un’epistola in versi indirizzata ai «fratelli umani» e datata  «13 agosto 1970», piccolo capolavoro di cosmogonia materialista.  I  diciannove versi sciolti, endecasillabi,  considerano le moderne acquisizioni dell’astrofisica con l’occhio dei «leggendari atomisti dell’antichità», da Democrito a Lucrezio, e contemplano con fissità eroica la massa di materia e energia originaria, nella sua ossimorica conflagrazione generante.
 
Nel principio

Fratelli umani a cui è lungo un anno,
Un secolo un venerando traguardo,
Affaticati per il vostro pane,
Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi;
Udite, e vi sia consolazione e scherno:
Venti miliardi d’anni prima d’ora,
Splendido, librato nello spazio e nel tempo,
Era un globo di fiamma, solitario, eterno,
Nostro padre comune e nostro carnefice,
Ed esplose, ed ogni mutamento prese inizio.
Ancora, di quell’una catastrofe rovescia
L’eco tenue risuona dagli ultimi confini.
Da quell’unico spasimo tutto è nato:
Lo stesso abisso che ci avvolge e ci sfida,
Lo stesso tempo che ci partorisce e travolge,
Ogni  cosa che ognuno ha pensato,
Gli occhi di ogni donna che abbiamo amato,
E mille e mille soli, e questa
Mano che scrive.

(13 agosto 1970)

Analogamente in Le stelle nere (1974),  l’ipotesi a lui contemporanea dei cosiddetti “buchi neri”  coabita con la lezione del Leopardi poeta-filosofo, critico radicale dell’antropocentrismo,  nei dialoghi delle Operette morali

Le stelle nere 

Nessuno canti più d’amore o di guerra.
L’ordine donde il cosmo traeva nome è sciolto;
L’universo ci assedia cieco, violento e strano.
Il sereno è cosparso d’orribili soli morti,
Sedimenti densissimi d’atomi stritolati.
Da loro non emana che disperata gravezza,
Non energia, non messaggi, non particelle, non luce;
La luce stessa ricade, rotta dal proprio peso,
E tutti noi seme umano viviamo e moriamo per nulla,
E i cieli si convolgono perpetuamente invano.

(30 novembre 1974)

In Levi  è all’opera infatti la figura letteraria dello straniamento: come nelle Operette  leopardiane, nelle poesie leviane   le infime dimensioni degli umani («Stanchi, iracondi, illusi, malati, persi») vengono accostate a quelle, cosmiche,  della violenza  generatrice della  materia stellare («Nostro padre comune e nostro carnefice»). L’astrofisica presta a Levi un’immagine definitiva e terminale, capace di veicolare una clausola solenne e disperante non diversa da quella che chiude il leopardiano A se stesso (“l’infinita vanità del tutto”).
In  Levi non c’è posto per il “sonno della ragione” e per le filosofie della crisi solo dalla ragione e dalla tecnica potrà venire per lui l’emendamento del “vizio di forma”.  Basta leggere le belle pagine dell’antologia personale La ricerca delle radici : nel suo  Darwin «spira una religiosità profonda e seria,  la gioia sobria dell’uomo che dal groviglio estrae l’ordine» e nel chimico  William Gragg «i concetti di forma e misura arrivano molto lontano, verso il mondo minuscolo degli atomi e verso il mondo sterminato degli astri».

Eppure  il «non-senso», nel suo sistema poetico e nella sua più segreta visione del mondo,  hanno  fatto passi da gigante,  dagli anni Settanta in poi, con l’acuirsi e espandersi su scala planetaria,  dei principi ispiratori di Auschwitz e di Hiroshima. Egli scrive lucidamente:

"Il nostro “buco nero” è la morte. Gli itinerari umani tutti convergono verso questo nostro destino comune. Il destino della terra qualunque sia, che sia traumatico per opera dell’uomo o che sia traumatico per senescenza o catastrofe naturale, non sarà eterno, la Specie umana non è eterna, come nessuna specie lo è."

L’uomo, nelle poesie di Levi, è in tal modo costantemente posto al cospetto del resto della materia cosmica, vivente o inerte. Animaletti o vegetali apparentemente insignificanti possono personificarsi e rivelarsi depositari di forza conoscitiva e  vitale e dare una  lezione alla presunzione  degli  uomini. I piccoli animali parlano nei versi in prima persona, come Meleagrina, l’ostrica, pronta, come la ginestra leopardiana,  a educare i distratti umani.

Meleagrina

Tu, sanguecaldo precipitoso e grosso,
Che cosa sai di queste mie membra molli
Fuori del loro sapore? Eppure
Percepiscono il fresco e il tiepido,
E in seno all’acqua impurezza e purezza;
Si tendono e distendono, obbedienti
A muti intimi ritmi,
Godono il cibo e gemono la loro fame
Come le tue, straniero dalle movenze pronte.
E se, murata fra le mie valve pietrose,
Avessi come te memoria e senso,
E, cementata al mio scoglio, indovinassi il cielo?
Ti rassomiglio più che tui non creda,
Condannata a secernere secernere
Lacrime sperma madreperla e perla.
Come te, se una scheggia mi ferisce il mantello,
Giorno su giorno la rivesto in silenzio. 

(30 settembre 1983)


Le poesie segnalano insomma la profonda coscienza di una contraddizione, di una insanabile linea di faglia.  In Levi, la scrittura è governata dall’ossessione della chiarezza, la scienza  dall’imperativo morale della responsabilità, la storia dal vaccino della memoria. Levi vuole creare un ponte tra cultura scientifica e letteraria, ri-usando Empedocle, Lucrezio, Galileo,  Einstein. Ma, nell’era atomica,  cerca anche di  dettare strenuamente le minime regole morali a cui dovrebbe attenersi  ogni uomo di cultura e in particolare lo scienziato per non mettere il proprio sapere nelle mani dei poteri e per far ciò non può ricorrere che alla figura di un serpente micidiale, il cobra.

"Mi piacerebbe che in tutte le facoltà scientifiche si insistesse a oltranza su un punto: ciò che farai quando eserciterai la professione può essere utile per il genere umano, o neutro, o nocivo. Non innamorarti di problemi sospetti. Nei limiti che ti saranno concessi, cerca di conoscere il fine a cui il  tuo lavoro è diretto. Lo sappiamo, il mondo non è fatto solo di bianco e di nero e la tua decisione può essere probabilistica e difficile: ma accetterai di studiare un nuovo medicamento, rifiuterai di formulare un gas nervino.
Che tu sia o no un credente (...) se ti è concessa una scelta non lasciarti sedurre dall'interesse materiale o intellettuale, ma scegli entro il campo che può rendere meno doloroso e meno pericoloso l'itinerario dei tuoi compagni e dei tuoi posteri. Non nasconderti dietro l'ipocrisia della scienza neutrale: sei abbastanza dotto da saper valutare se da ciò che stai covando sguscerà una colomba o un cobra o una chimera o magari nulla."
(Primo Levi, Per non covare il cobra (1984) , in Opere, Einaudi, p. 993). 

Emanuele Zinato è ricercatore del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Padova.

 





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