Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Un incontro con Primo Levi
di Gualtiero Pisent, 22/12/2009

Un vivido ricordo di Niccolò Dallaporta nel racconto "Potassio" tratto dalla raccolta "Il Sistema Periodico" di Primo Levi.

Nel numero scorso Emanuele Zinato ci ha parlato di  Primo Levi, un esempio (purtroppo raro) di scrittore dotato di una solida formazione scientifica. Io parlerò qui del racconto Potassio, tratto dalla raccolta Il sistema periodico. Le ragioni della scelta appariranno chiare più avanti.

Per introdurre il quadro entro cui nasce il racconto, non trovo sistema migliore che citare in sequenza alcune frasi chiave dell’autore. Interverrò con il mio commento solo più tardi.

Nel gennaio del 1941 le sorti dell’Europa e del mondo sembravano segnate. Solo qualche illuso poteva ancora pensare che la Germania non avrebbe vinto… Cercavamo intorno a noi, e imboccavamo strade che portavano poco lontano. La Bibbia, Croce, la geometria, la fisica, ci apparivano fonti di certezza…

In questa angosciosa ricerca di senso, avviene l’incontro di Primo Levi con

... un giovane assistente di fisica, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in modo cui non eravamo abituati. Gli altri nostri insegnanti, quasi senza eccezione, si mostravano convinti dell’importanza ed eccellenza della materia che insegnavano… Quell’assistente invece, aveva quasi l’aria di scusarsi davanti a noi, di mettersi dalla nostra parte…

Quell’assistente era Nicolò Dallaporta, che allora iniziava la sua carriera a Torino, e che avrebbe poi trascorso la sua vita a Padova, insegnandovi prima fisica teorica (cioè meccanica quantistica) e poi astrofisica.

Io ho conosciuto Dallaporta a Trieste nel 1952, cioè solo 11 anni dopo i fatti narrati da Primo Levi, anni che avevano avuto però l’intensità di una vita intera. C’era stata di mezzo la guerra e la liberazione. A Trieste c’era il Territorio Libero e non ancora la piena sovranità italiana, però la neonata Università cresceva, piena di fermenti e di voglia di fare, tenuta a battesimo da docenti in molta parte padovani. Io ero studente di fisica con il numero di matricola 19 (ero il diciannovesimo iscritto dall’origine) e Nicolò (ordinario a Padova e incaricato a Trieste) era il mio professore. Successivamente l’ho rincontrato a Padova da collega ed ho appreso molte più cose sui suoi multiformi interessi. Devo dire però che non saprei darne una descrizione migliore di quella che Primo Levi ha tratteggiato magistralmente dopo un breve incontro, e che riporto qui sotto.

Aveva trent’anni, era sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad ed il Thomas Mann a me caro. Amava anche la fisica, ma aveva in sospetto ogni attività che fosse tesa ad uno scopo; perciò era nobilmente pigro, e detestava il fascismo naturaliter.

In queste poche pennellate c’è tutta la grandezza e l’intima contraddittorietà del personaggio Dallaporta. E’ stato un grande fisico teorico, che non si è fatto schiacciare dall’enorme fascino di quanto capiva e scopriva (come capita a molti), perché aveva la mente altrove. Ma questo è spiegato meglio nella seconda parte del ritratto fatto da Levi, in cui la naturale disposizione dell’animo (la nobile pigrizia) viene tradotta in una visione del mondo e conseguentemente in un programma di vita.

Il suo rapporto con la fisica mi rese perplesso…Non soltanto quelle nostre umili esercitazioni (l’incontro fra i due avviene nell’ambito di un laboratorio di fisica per chimici) ma l’intera fisica era marginale per natura, per vocazione, in quanto si prefiggeva di dare norma all’universo delle apparenze, mentre la verità, la realtà, l’intima essenza delle cose e dell’uomo stanno altrove, celate dietro un velo, o sette veli… Lui era un fisico, e più precisamente un astrofisico, diligente e volonteroso, ma privo di illusioni: il Vero era oltre, inaccessibile ai nostri telescopi, accessibile agli iniziati; era quella una lunga strada che lui stava percorrendo con fatica, meraviglia e gioia profonda. La fisica era prosa: elegante ginnastica della mente, specchio del Creato, chiave al dominio dell’uomo sul pianeta; ma qual è la statura del creato, dell’uomo e del pianeta? La sua strada era lunga e lui l’aveva appena iniziata…

E’ straordinario come questo ritratto così preciso e approfondito sia stato dedotto da un breve incontro tra docente ed allievo (e qui c’è la grandezza di Levi). Quando ho frequentato Dallaporta a Padova (a partire dagli anni sessanta) era nota la sua militanza cattolica, ma definirlo un buon cattolico sarebbe riduttivo. Era un mistico, e il suo misticismo era fondamentale (non voglio dire fondamentalista, perché suonerebbe ingiustamente accusatorio rispetto al lessico oggi in voga).

Nella parte introduttiva del racconto di Levi che ho citato all’inizio si parla di una ricerca di fonti di certezza. L’intellettuale ebreo Primo Levi cita come possibili fonti di certezza la Bibbia (la religione), Croce (la filosofia), la geometria e la fisica (la scienza). Il mistico intellettuale Dallaporta, è un fisico che lavora sul campo, ma non riconosce alla fisica quel carattere fondante per la conoscenza, che da molti le viene attribuito, e che è il vero motore dell’attività di ricerca che per avere successo deve essere entusiasta, profonda e totalizzante.

Negli anni padovani trascorremmo (separatamente) un periodo in India, e ne discutemmo al ritorno anche con altri colleghi. Io ricordo il misticismo indiano come una contraddizione: mi meravigliava l’interesse quasi morboso che molti colleghi indiani riservavano alla relatività e alle matematiche astratte, in un ambiente pieno di problemi di sussistenza, in cui tutti avrebbero dovuto (secondo me) occuparsi di medicina agricoltura e ingegneria. Lui si trovava del tutto a suo agio in quella diffusa e rarefatta aria di misticismo, cercava di parlare con la gente, e fece anche, per cercare i contatti, alcuni trasferimenti in treno anziché in aereo (spostarsi in treno in India in quegli anni non era affatto banale). Raccontava che era riuscito ad avere un minimo di comunicazione in linguaggio basico con i nativi, e quando un collega padovano manifestò la propria ammirazione e meraviglia, lui rispose con umiltà un po’ ironizzante: “non è difficile, somiglia molto al sanscrito”;  lingua che in certa misura orecchiava, probabilmente a seguito dei suoi interessi biblici.

A questo punto del racconto l’incontro fra allievo e maestro ha un seguito, che non si limita a puri scambi culturali. Dallaporta era interessato a esperimenti su molecole polari in soluzione, e aveva bisogno del chimico che avesse familiarità con le tecniche di laboratorio. Primo Levi si dispone a purificare il benzene in presenza di sodio, per liberarlo dalle ultime tracce di umidità.

In quei mesi i tedeschi distruggevano Belgrado, spezzavano la resistenza greca, invadevano Creta dall’aria: era quello il Vero, quella la realtà. Non c’erano scappatoie, o non per me. Meglio rimanere sulla terra, giocare coi dipoli in mancanza di meglio, purificare il benzene e prepararsi per un futuro sconosciuto, ma imminente e certamente tragico.

Nel laboratorio reso povero dalle ristrettezze che poneva il conflitto, il chimico sostituisce il sodio (di cui non dispone) con il potassio (che è un elemento per molti versi simile al sodio). La conclusione è che nel lavaggio del recipiente dopo la distillazione, alcune tracce residue di potassio, a contatto con l’acqua, provocano una fiammata che distrugge mezzo laboratorio.  Superato il momento di panico, lo studente riferisce all’Assistente il risultato, anzi il disastro. E Primo Levi annota:

L’Assistente mi guardava con occhio divertito e vagamente ironico: meglio non fare che fare, meglio meditare che agire, meglio la sua Astrofisica, soglia dell’inconoscibile, che la mia chimica impastata di puzze, scoppi e piccoli misteri futili.

Così questo delizioso racconto finisce con una deflagrazione, metafora di ciò che stava accadendo e sarebbe accaduto in Europa. Ma tutto ciò che succede (s’intende la piccola deflagrazione scatenata da Primo Levi e la grande deflagrazione scatenata da Hitler) è visto argutamente e approfonditamente, con riferimento continuo ad alcuni pilastri dei complessi meccanismi tramite i quali il nostro io affronta quotidianamente il mondo per conoscerlo e interagire con esso: le connessioni e contraddizioni fondamentali fra Realtà e Apparenza, Pensiero e Azione, Razionalità e Follia.

Gualtiero Pisent dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è docente del Master in comunicazione delle scienze.

 

 





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