Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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Basta che funzioni: dialogo a distanza con Woody Allen
di Gualtiero Pisent, 22/12/2009

Boris, il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen, è un fisico teorico che si occupa di stringhe. Sorge allora viva la curiosità di capire (o meglio divertirsi a fare ipotesi su) perché proprio quel personaggio è stato scelto come soggetto paradigmatico, e di che cosa in realtà quel soggetto è visto come paradigma.

Boris, il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen, è un fisico teorico che si occupa (o si occupava, prima dell’inizio della vicenda) di stringhe, e che (a suo dire) ha sfiorato il Nobel (o è stato ingiustamente escluso dal Nobel).

La scelta del personaggio non è casuale. Woody Allen si è evidentemente informato bene su quali sono le mode, e cos’è che tira oggi, nell’ambito di quella cosa molto vasta che si chiama meccanica quantistica, e che i media hanno introiettato da tempo come qualcosa di molto astruso ma comunque degno di rispetto.

Sorge allora viva la curiosità (per uno come me) di capire (o meglio divertirsi a fare ipotesi su) perché proprio quel personaggio è stato scelto come soggetto paradigmatico, e di che cosa in realtà quel soggetto è visto come paradigma. Il punto non è ozioso, perché chiunque conosca ed ami Woody Allen, sa quanto di ironicamente approfondito, equivoco,  non detto ma forse sottilmente pensato, c’è nelle sue sceneggiature.

Il personaggio Boris non è né simpatico né positivo. Il suo atteggiamento verso il prossimo è sprezzante e supponente, per una vera o presunta superiorità intellettuale, che ha assunto chiaramente la forma di una nevrosi (o che si è inserita con grande naturalezza in una preesistente nevrosi).

Ma con il progredire della storia tutta questa supponenza (e la retrostante presunta superiorità) si rivela inoffensiva e incapace di incidere sulla realtà. L’uomo si rivela buono, proprio perché non ha reali interessi per le cose e la vita, da difendere a tutti i costi. Zoppica per un tentativo di suicidio già avvenuto all’inizio della storia, e mette in atto un secondo tentativo alla fine della storia. Non ha quindi un forte attaccamento alla vita e alle cose da difendere ferocemente, e può essere nei fatti d’aiuto a quel prossimo che a parole disprezza.

Nel corso della vicenda cinematografica, Boris raccoglie una giovanissima e sprovveduta ragazza, che gli si presenta quasi come un cane randagio, e di cui diventa il Pigmalione fino a sposarla. Ma non ha esitazione ad accogliere (ed integrare nel suo ambiente) anche la suocera ed il suocero che successivamente bussano alla sua porta in cerca d’aiuto, portando tutte le loro nevrosi e le loro cattiverie.

La suocera in particolare smonta con razionale metodologia il suo matrimonio, sottraendogli così un bene venturosamente ma onestamente raggiunto. Boris non batte ciglio (apparentemente) ai singoli strali della fortuna, ma il complesso dello scorrere degli eventi lo riporta alla vecchia noia e alle vecchie nevrosi, fino all’iterazione del tentato suicidio. Si butta dalla finestra e casca addosso a una passante che, come in una fiaba, ripropone l’eterna risorgente speranza, nella forma di un nuovo possibile amore.

Torno adesso al punto toccato all’inizio dell’articolo con la domanda fatidica: cosa resta alla fine della qualifica professionale di Boris come fisico teorico studioso di stringhe?

La prima risposta è che non resta nulla di sensato: è solo uno stereotipo usato dall’autore. Nell’ipotesi più banale per giustificare un odioso complesso di superiorità. In un’ipotesi più benevola, per definire uno status un po’ speciale di uno che aggiunge a tutte le nevrosi di cui la vita ci carica, anche quella di cercar di capire il mondo con strumenti che, essendo incomprensibili ai più, persino al filosofo regista e letterato molto intelligente e smaliziato, devono essere per forza nella sostanza fasulli, ancorché circondati, chissà perché, da un’atmosfera generale di rispetto.

In seconda battuta, e a voler essere più ottimisti, si può intravedere nell’uso dello stereotipo un malcelato senso di invidia: se la vita è una sequenza di eventi incomprensibili, che non casualmente il regista ritiene opportuno descrivere solo con l’umorismo che nasce dall’ambiguità non essendoci una sensata teoria logica di riferimento, chissà che questa teoria delle stringhe, incomprensibile alla generalità dei pensanti ma circondata da un misterioso rispetto, non possa rappresentare forse una speranza, nel senso di un avvicinamento al cuore della realtà? Speranza che forse è realistica proprio perché è così (apparentemente) misterica?

(gualtiero pisent)

 

Post scriptum

Dopo che avevo finito di scrivere queste note, è uscito il bellissimo film A serious man dei fratelli Coen, che richiama pensieri simili a quelli suscitati da Woody Allen. Non posso quindi trattenermi dall’accennarne brevemente.

Larry Gopnik, professore di fisica nel Mid West, ricopre nella vicenda un ruolo che giustamente è stato accostato dalla critica al ruolo di Giobbe nella Bibbia. In un breve lasso di tempo gli capitano addosso incidenti e sventure, in quantità evidentemente maggiore di quanto statisticamente ciascuno di noi debba purtroppo aspettarsi.

Questo pone in modo naturale il problema della predestinazione e del destino, e non a caso la vicenda è inserita in un ambiente di stretta ortodossia ebraica. Per la verità avrebbe potuto essere anche un ambiente cristiano o islamico, perché l’interrogativo che la vicenda solleva è comune a tutti i monoteismi strutturati: risolvere l’incongruenza logica che si accompagna a una figura divina capace di aiutarci (questo è il senso della preghiera) ma non responsabile delle nostre sventure, in quanto riveste un  ruolo di amore, esclusivamente positivo.

Il significato del film è proprio un’enunciazione di non senso, perché le risposte dei rabbini alle pressanti richieste di aiuto non sono (né avrebbero potuto essere) soddisfacenti.

Ma se si avanzano dei dubbi sulla religione, che è la normale e riconosciuta dispensatrice di senso alla nostra vita e alla nostra società, cosa ci resta? E qui vengono avanzati dai fratelli Coen, in modo criptico e volutamente nebuloso, accenni al ruolo (possibile anche se non sicuro e non sufficientemente chiarito) della cultura scientifica.

Il tema non è nuovo nella filmografia dei Coen: si ricordi il bellissimo film in bianco e nero L’uomo che non c’era, dove veniva citato non per caso il principio di indeterminazione di Heisenberg.

Qui gli accenni appaiono in modo apparentemente casuale, nell’esercizio della professione di Larry, che è un fisico, come il Boris di Allen.

Prima c’è un accenno al gatto di Schroedinger mezzo vivo e mezzo morto, che è una trovata geniale del grande fisico irlandese per gettare una luce ironica sui misteri della meccanica quantistica, e che è un po’ entrata nel linguaggio comune.

Poi c’è una scena meravigliosamente allusiva sul finale di una lezione di Larry che riguarda appunto il principio di indeterminazione.

La scena comincia con un primo piano di un pezzo della lavagna, su cui Larry scrive le formule conclusive del suo ragionamento matematico in modo che ho trovato assolutamente rigoroso (evidentemente i Coen si sono procurati una consulenza qualificata).

Poi c’è un zoomata in campo lungo, in cui si passa a tutta l’enorme lavagna piena di simboli ed equazioni, che danno nell’insieme un messaggio di totale incomprensibilità, quasi ai limiti della follia.

Conclusione: forse è già nato, nell’indifferenza generale, qualcosa di importante, così complesso e apparentemente incomprensibile, ma nello stesso tempo così evidentemente affascinante, che potrebbe porsi proprio per questo come autorevole candidato per una nuova ricerca di significati sul mondo e sulla vita.






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