Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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05/02/2009
L'avventura della comunicazione

Come ricorda Roberto Siagri nell'introduzione, le tappe della comunicazione sono scandite dalla comparsa del linguaggio nella comunità umana qualche centinaio di migliaia d'anni fa, poi della scrittura qualche migliaio d'anni fa, e (io aggiungerei) della stampa qualche centinaio d'anni fa.

Poi, come accade in molti altri campi, la svolta scientifico-tecnologica dell'ultimo secolo ha introdotto una molteplicità di innovazioni epocali, tali da mescolare completamente le carte e presentare un quadro del tutto rinnovato.

L'origine di questa ultima fondamentale rivoluzione risiede nella dimestichezza della nostra tecnologia con l'elettrone, e con il campo elettromagnetico associato alla sua dinamica. Quindi telegrafo, telefono, radio e televisione, fino al calcolatore elettronico e internet come tappa finale.

Il libro di Stefano Vietina è una raccolta di saggi di autori diversi, per esaminare  i molti e variegati aspetti di questa importante rivoluzione.

Il libro, piacevole  e ricco di spunti, ha tutti i vantaggi e svantaggi della raccolta di saggi: persone di specializzazioni ed estrazioni culturali diverse parlano con perfetta cognizione di causa di argomenti diversi, talvolta delicati e difficili; questo è un grande vantaggio mentre non c'è, per ovvia contropartita, la sintesi e unità di un unico autore pensante che presenta la sua visione del mondo. Quest'ultimo prodotto è però sempre più raro sul mercato.

Se è vero che la comunicazione serve a trasmettere la conoscenza, è altrettanto vero e oramai universalmente accettato, che la genesi della conoscenza, e addirittura (almeno per taluni aspetti) la sua natura, dipende dal sistema globale di comunicazioni. Infatti, non solo la comunicazione è essenziale a formare il pensiero collettivo, ma amche il pensiero del singolo si modifica (e generalmente si chiarisce) a seguito di un'attività didattica o comunque relazionale.

Come conseguenza, gli effetti della rivoluzione elettronica su tutto il problema della conoscenza sono molteplici e di grande peso. E di tutto questo parla il libro.

C'è il problema dei diritti e delle responsabilità di chi scrive, ovvero i diritti d'autore (le cui regole sono in via di profonda trasformazione) da un lato e la censura (ovvero il controllo del sistema in senso molto generale) dall'altro. Internet abbatte tutti i controlli, e come conseguenza una liberalizzazione totale della comunicazione, lungamente enunciata nei principi, diventa finalmente realtà grazie all'innovazione tecnologica. Ma non si può non notare che, arrivati a questo punto, emerge da più parti il bisogno di una qualche valutazione e classificazione dell'archivio, che aiuti il lettore. Intendo dire che, all'interno di una disponibilità enorme di materiale, un qualche tipo di selezione ed etichettatura rappresenta un limite non imposto, che va a vantaggio dell'utente: io non posso legger tutto (se non altro perchè lo spazio-tempo è finito), ed una sia pur grezza classificazione in entrata, può essere utile per razionalizzare il mio lavoro ed economizzarne le procedure.

La struttura stessa del sistema comunicativo sta cambiando, nel senso che dirò adesso. Un'ovvia suddivisione di fondo nella comunicazione classica può esser fatta fra comunicazione paritetica (conversazione e corrispondenza, cui si è aggiunto recentemente il telefono, in particolare cellulare e l'e-mail) e comunicazione asimmetrica (lezione, comizio, conferenza, pubblicazione, cui si sono aggiunti recentemente radio e televisione).

È evidente il significato sociale delle due categorie: la prima esemplifica la democrazia diretta, mentre la seconda caratterizza la democrazia organizzata (e può anche comprendere varie forme di autoritarismi) in cui uno parla a molti, essendo investito (in modo legittimo o illegittimo a seconda dei casi) di una qualche forma di autorità.

La rivoluzione elettronica ha potenziato ambedue le categorie, ma ha soprattutto potenziato la zona intermedia di comunicazione ibrida, dove classicamente potremmo collocare i bar, i salotti e i congressi, e dove il nuovo corso ha introdotto le videoconferenze, internet e in particolare i blog. E anche questo è un grande progresso in senso democratico.

Nell'articolo dello stesso coordinatore dell'opera Stefano Vietina, si dedica giustamente un certo spazio al settore pubblico e in particolare all'Università che,  come attore importante sul palcoscenico della rappresentazione sociale, è in parte protagonista e in parte strumento delle trasformazioni in corso.

L'Università è la sede istituzionale che presiede ai processi di elaborazione-trasmissione-conservazione della conoscenza, in seno alla società che la ospita. In tale veste l'Università deve ovviamente seguire con la massima attenzione queste trasformazioni, e difatti lo sta facendo. L'Università tende giustamente ad avvicinarsi alla società, ovvero sposta la sua docenza, dai grandi temi culturalmente fondanti, agli innumerevoli rivoli delle applicazioni. È però mia profonda convinzione che un eccessivo scivolamento su questo terreno potrebbe snaturarne la funzione. In altre parole io credo che una legge fondamentale di autoconservazione le imponga a un certo punto il dovere di difendere lo zoccolo duro di oggettività che c'è nella conoscenza (in particolare scientifica), al di là delle pur significative valenze sovrastrutturali.

Lo stesso concetto si può anche esprimere in modo diverso:  l'abitudine dei giovani alla facile comunicazione di internet e al fascino dei videogiochi, è un valore di enorme portata sociale, purché una scuola seria conservi il vecchio concetto che la fase più importante della partecipazione individuale all'elaborazione culturale collettiva, è data dal confronto con sé stessi e con la fatica del pensare.

A questo proposito, una menzione a parte merita il contributo di Matteo Bittanti sui videogiochi.  È molto interessante leggere l'esposizione e le idee di uno specialista della materia, e soprattutto valutare la forte carica di autodifesa e polemica contro i critici dei videogiochi che l'articolo contiene. L'accusa di razzismo agli oppositori è sintomatica.

La larga diffusione dei videogiochi è a mio parere solo l'aspetto più eclatante della forte  ambivalenza che c'è nella rivoluzione elettronica. Il problema è legato a taluni aspetti di virtualità insita nelle realistiche rappresentazioni del mondo (visive anche in senso dinamico o raccontate) che le moderne tecnologie consentono, e che possono portare a nevrosi  e schizofrenie ben note: vivere o rappresentare é stessi, fare o sognare di fare, amare cose e persone per conoscenza diretta o per proiezione virtuale, eccetera.

Il videogioco rappresenta in qualche modo l'apice del processo di proiezione sul virtuale (e quindi isolamento dal reale) di sé stessi, che tutta la tecnologia informatica acuisce. E questa posizione apicale implica molte soddisfazioni psicologiche e alcuni rischi, che cercherò di chiarire con un esenpio.

Il modo di operare del fisico sperimentale (che si occupa per esempio di microfisica) è sostanzialmente mutato con l'avvento dell'elettronica: un tempo il suo lavoro consisteva nel costruire strumenti, e analizzare le informazioni derivanti dalla lettura di indici. Oggi la grande massa di informazioni è portata dallo schermo del calcolatore, e queste informazioni vengono analizzate dopo averle eventualmente processate con altri  metodi informatici. Di fatto l'attore passa gran parte del suo tempo davanti al computer. Ma dietro il computer ci sono strumenti di misura, e soprattutto c'è una macchina acceleratrice che agisce su particelle cariche e massive, cioè sul mondo. E come conseguenza, quando ci sono risultati importanti, questi risultati servono in definitiva a capir meglio il mondo, e organizzare più vantaggiosamente  all'interno del mondo, la nostra vita.

Nello happening (magistralmente descritto nell'articolo citato) che si sviluppa attorno al videogioco winning eleven (che è una delle simulazioni più pregiate del gioco del calcio, come spiega l'articolo), si sviluppano emozioni e socialità, perché la gente proietta la propria immaginazione su un campo di calcio che ha vivo nella memoria e fa parte del proprio vissuto. Ma dietro le vivaci discussioni (che fanno sempre riferimento al gioco vero) non c'è però la fatica, il sudore, il pericolo di stiramenti, e poi la doccia e il delizioso benessere del rilassamento, ci sono solo parole ed immagini. Che tutto questo possa offrire materia di studio allo psicologo (se non proprio allo psichiatra), mi pare cosa difficilmente contestabile.

(gualtiero pisent)

 

Stefano Vietina

L'AVVENTURA DELLA COMUNICAZIONE

Lupetti Editore

 

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