Conoscienza - Master in Comunicazione delle Scienze - Università degli Studi di Padova
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18/05/2009
Perché gli scienziati non sono pericolosi

Il libro fa parte di quella (esigua) corrente di pensiero che, dopo avere constatato che l'atteggiamento prevalente  nel mondo moderno è di grande  diffidenza e sospetto verso la cultura scientifica, denuncia i pericoli di questo atteggiamento, e va bellicosamente al contrattacco anziché giocare (così fan tutti) timidamente in difesa (su questa linea vogliamo ricordare per esempio Enrico Bellone, ed in particolare il libro “La scienza negata”).

L'autore è professionalmente storico della medicina, cosa importante da ricordare perché, anche se i contenuti del libro investono complessivamente il pensiero scientifico, non c'è dubbio però che il fronte socialmente più esposto di questo dissidio, riguarda oggi i problemi della bioetica.
I motivi della diffidenza e sospetto che una notevole parte della cultura contemporanea esprime verso il binomio scienza-tecnologia, nasce all'origine nei confronti del secondo termine del binomio, e viene dal fatto che sono avvertiti come pericolosi alcuni risultati o possibili ricadute dei ritrovati tecnologici (bomba atomica, Cernobyl, manipolazioni genetiche). Però si sta aprendo sempre più chiaramente un contenzioso anche sul primo termine del binomio, cioè su quella ricerca scientifica cosiddetta di base, che si pone i più alti e disinteressati obiettivi di ampliamento delle conoscenze umane.
E` ovvio che questo secondo tipo di opposizione al pensiero scientifico (ammesso che esista e sia provata) alza il tiro e porta tutto il dibattito a un livello più alto e quindi più importante sul piano pratico e sociale.
Io credo che le denunce di Corbellini (come quelle di Bellone) sono motivate, e per avere un termometro su quanto sia cambiato il clima in tempi molto recenti, ritengo personalmente  istruttiva una lettura comparata dell'enciclica “Spe salvi” di Benedetto XVI, e dell'enciclica “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II. I due documenti trattano  temi analoghi con uguale rigore teologico, ma lo spirito che vi aleggia (cioè il come i testi si rivolgono al mondo esterno) è a mio avviso assai diverso nei due documenti, ed è un buon test sull'aria che tira.

Il carattere di sfida intellettuale del libro mi pare bene illustrato dalle seguenti citazioni:

....mentre non stupisce che le dottrine e le organizzazioni religiose siano sospettose o avversino la scienza, in quanto questa diffonde naturalmente anticorpi contro la superstizione e le credenze metafisiche, dovrebbe lasciare sorpresi il fatto che essa trovi così tanti critici nel mondo della cultura laica non religiosa....
....Sfruttando le debolezze strutturali e lo scarso impatto politico-culturale della comunità scientifica, nonché alimentata dai pregiudizi antiscientifici diffusi all'interno delle tradizioni culturali cattolica e crociano-marxista....la bioetica ha di fatto fomentato la paura per la scienza e la diffidenza verso gli scienziati....

Il fronte degli oppositori è quindi molto ampio. Si potrebbe forse osservare che, iscrivendo troppe categorie nel novero degli avversari, si viene a ingenerare la sensazione che la schiera degli “amici” sia del tutto esigua e desolatamente minoritaria, ma non è ovviamente così.

Dicendo che nel libro si gioca all'attacco e non in difesa, intendo dire che si sostiene non solo che gli scienziati non sono (socialmente) pericolosi, come è detto nel titolo, ma che la cultura scientifica porta valori, oltre che risultati pratici, di grande utilità per la convivenza umana ed il progresso. In particolare nel libro si sviluppa con approfondite argomentazioni il concetto che la visione del mondo che scaturisce da un approccio di tipo scientifico con la realtà, dà un potente contributo a (forse è l'unico compatibile con) quella particolare organizzazione della società che chiamiamo democrazia.
Su questo punto vale la pena riportare alcuni brani delle “Conclusioni provvisorie”:

....La maggior parte degli studi antropologici sull'evoluzione della natura umana e delle ricerche neuropsicologiche sui vincoli emozionali e cognitivi che condizionano le nostre decisioni dimostrano che forse la specie umana non è “naturalmente” predisposta, in generale, per apprezzare la democrazia e la libertà. Nel senso che ci siamo evoluti in modo da ricercare e utilizzare soprattutto i vantaggi delle gerarchie di potere....
....Una domanda che allora bisognerebbe porsi è: perché la democrazia si è affermata, almeno temporaneamente, se le nostre disposizioni innate ci spingono anche verso la dominanza, l'autoritarismo e l'uso della violenza?....
....Una risposta possibile è che anche la nascita della scienza moderna abbia concorso a determinare le condizioni culturali per lo sviluppo della democrazia.  La scienza ha introdotto o consentito un nuovo stile di pensiero, che ha favorito lo sviluppo di un atteggiamento critico, promosso la tolleranza e minato l'autoritarismo e il dogmatismo politico-religiosi....


In conclusione si tratta di una buona analisi “di parte” di importanti problemi dei nostri tempi. E il fatto che sia dichiaratamente di parte, è in fondo un elemento di chiarezza per il lettore consenziente ma anche per il lettore dissenziente su questa particolare visione del mondo.

(gualtiero pisent)

 

Gilberto Corbellini, Perché gli scienziati non sono pericolosi, Longanesi (2009).
€ 16,00.

 

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